Skip to main content
EU_PUBLIC_AFFAIRS05 / 06 · storia del giorno3 min · 600 parole · 146 fonti

Atene protesta per il drone ucraino

Scritto dall IAto brief AI · 29 maggio 2026, 03:50
Come è stata scritta

A Ukrainian sea drone, rendered in Greek marble, drifts through a silent Ionian cave.

Composizione immagine · tobrief
il testo · 3 min di lettura

Il 7 maggio, alcuni pescatori al largo di Capo Dukato, a Lefkada, isola greca dello Ionio, hanno visto un’imbarcazione nera di sei metri finire alla deriva dentro una grotta costiera. Il motore era ancora acceso. A bordo hanno trovato fino a 300 chilogrammi di esplosivo, tre detonatori collegati per l’impatto e apparecchiature di comunicazione satellitare dal valore stimato di 300.000 euro (Euronews, Newsit). Gli artificieri della marina greca lo hanno identificato come un mezzo di superficie senza equipaggio, in sostanza una bomba galleggiante costruita per colpire e affondare navi, e hanno fatto brillare il carico in modo controllato. Stabilire a chi appartenesse si è rivelato più complicato.

Da Magura a Kozak Mamaj

In un primo momento gli analisti militari greci hanno classificato il drone come un Magura V3 di fabbricazione ucraina, lo stesso tipo di mezzo che Kiev ha usato nel Mar Nero contro le navi russe. Il 12 maggio il ministro della Difesa Nikos Dendias ha detto ai colleghi europei riuniti a Bruxelles di essere «certo che sia ucraino». Il giorno dopo UFORCE, unico produttore dei Magura, ha smentito seccamente: il design non corrispondeva a nessuno dei suoi prodotti e il modello V3, ha aggiunto, «semplicemente non esiste».

L’etichetta ha continuato a cambiare. Il V3 è diventato V5. Il 19 maggio i funzionari greci si sono attestati su «Kozak Mamaj», un altro drone kamikaze associato al servizio di sicurezza ucraino, l’SBU, più che all’intelligence militare (Focus.ua). UFORCE aveva ragione: quel drone non era suo. Ma era ucraino.

Lanciato da vicino, bersaglio ignoto

Un rapporto congiunto dello Stato maggiore greco, il GEETHA, e del servizio d’intelligence EYP, completato il 15 maggio, ha concluso che il drone abbia deviato dalla rotta per un guasto al sistema di navigazione. Secondo Reuters, nei serbatoi restava ancora molto carburante, un elemento che esclude un viaggio lungo e indica piuttosto un lancio nelle vicinanze, con ogni probabilità da una nave madre nello Ionio o nell’Adriatico.

Il rapporto non ha indicato un obiettivo. L’intelligence greca ritiene che il drone fosse diretto contro una nave della «flotta ombra» russa, la rete di vecchie petroliere che trasportano petrolio russo aggirando le sanzioni occidentali (Maritrace). L’Ucraina ha già colpito imbarcazioni di questo tipo con droni esplosivi nelle acque tra il Mar Nero e il Mediterraneo occidentale. Lefkada si trova esattamente lungo quel corridoio.

Atene protesta, da sola

Il 28 maggio, al Consiglio informale Affari esteri dell’UE di Limassol, a Cipro, dove i ministri discutono a porte chiuse i dossier più sensibili, il ministro degli Esteri Giorgos Gerapetritis ha informato l’Alta rappresentante Kaja Kallas e ha parlato con l’omologo ucraino Andrii Sybiha. Atene prepara ora una démarche diplomatica formale, cioè una protesta strutturata che lascia una traccia giuridica e si colloca un gradino sotto il richiamo dell’ambasciatore (ProtoThema).

Nessun altro Stato membro dell’UE ha finora sostenuto pubblicamente la Grecia su questo caso. Il diritto marittimo internazionale non offre un quadro vincolante per le incursioni accidentali di droni armati da parte di Paesi amici. La risposta torna così alla diplomazia bilaterale, mettendo Atene in una posizione scomoda: protestare formalmente contro le azioni di un Paese che il resto d’Europa continua ad armare.

La questione supera il singolo incidente. Nell’UE non esiste un meccanismo per gestire i casi in cui le armi di uno Stato alleato finiscano fuori rotta nelle acque europee. Il drone di Lefkada potrebbe essere stato un guasto isolato. Oppure il segnale che gli attacchi ucraini contro le petroliere della flotta ombra attraversano ormai regolarmente spazi marittimi dell’UE, lasciando agli Stati membri mai consultati il compito di gestire ciò che arriva a riva.

How was this article?

Help us get better

Details about this article
Model:
claude-opus-4-6
Generated:
5/29/2026, 3:15:22 AM
Pipeline run:
eu_pipeline_20260529_015006
Watermark:
SynthID (Google's invisible watermark)
Human review:
None before publication
Learn more about our methodology