Bulgaria, il conto del carbone

The immovable weight of the coal industry rests on the ministry’s floor.
Composizione immagine · tobriefIl vicepremier bulgaro Atanas Pekanov ha detto la scorsa settimana in Parlamento che al Paese restano 45 giorni per completare tutte le riforme ancora aperte nel piano di ripresa finanziato dall'UE (Fakti). L'ostacolo principale è una modifica di governance societaria: far uscire due società del carbone dalla holding energetica statale. Senza quel passaggio, circa 400 milioni di euro di fondi europei non arriveranno.
Le risorse vengono dal dispositivo per la ripresa e la resilienza, il RRF, il programma post-pandemico dell'UE che paga i governi solo dopo che questi abbiano dimostrato di aver realizzato riforme precise (European Commission, Regulation EU 2021/241). Se una riforma manca, la Commissione europea può ridurre o sospendere il versamento. La richiesta finale della Bulgaria vale quasi 1,7 miliardi di euro e deve essere presentata entro il 31 agosto (BTA). Bruxelles ha già mostrato il meccanismo: quando Sofia ha inoltrato la quarta richiesta da 1,1 miliardi di euro, la Commissione ha riconosciuto come raggiunti 23 obiettivi su 26 e ha trattenuto i fondi legati agli altri (Mirage News).
Perché conta separare una holding
La riforma, sulla carta, sembra materia da notaio: separare Mini Maritsa East, una miniera statale di carbone, e TPP Maritsa East 2, una centrale a carbone, dalla Bulgarian Energy Holding, nota come BEH. La ministra dell'Energia Iva Petrova ha confermato che si tratta di un impegno vincolante e non reversibile (BTA).
La logica di Bruxelles è semplice. Dentro BEH, le divisioni redditizie, dal gas alle reti elettriche, assorbono in modo poco visibile le perdite del carbone. Questa sovvenzione incrociata nasconde il costo reale di tenere in vita il settore. Una volta che le società carbonifere avranno bilanci autonomi, ogni perdita diventerà leggibile e il governo dovrà decidere apertamente quante risorse pubbliche continuare a spendere (Mirage News). Se il carbone ha bisogno di un sussidio, quel sussidio deve comparire in bilancio, non restare sepolto dentro un gruppo societario.
Dal bilancio agli stipendi
Se il pagamento finale alla Bulgaria si blocca, il primo colpo arriva al bilancio dello Stato. Pekanov ha definito la tranche precedente essenziale per i conti pubblici; meno della metà dei fondi per la ripresa era effettivamente arrivata ai beneficiari dei progetti (Fakti). Un ritardo costringerebbe Sofia a indebitarsi di più, a tagliare spese altrove oppure a rallentare i pagamenti ai fornitori già in attesa.
Nella regione del carbone, la pressione è ancora più concreta. Petrova ha rivelato che Mini Maritsa East ha avuto bisogno di circa 50 milioni di euro in un solo mese per salari e costi operativi, mentre il costo del lavoro saliva di circa l'8% e i servizi esterni di circa il 12% (BTA). La società non riesce a coprire da sola gli stipendi. Lo Stato colma il divario. Se i fondi europei si congelano, quel divario diventa più difficile da chiudere.
Petrova ha promesso che non ci saranno chiusure né licenziamenti di massa (Nova). L'alternativa proposta passa per vie indirette: circa 500 milioni di euro del Fondo UE per una transizione giusta potrebbero finanziare bonifiche dei terreni, zone industriali e nuovi datori di lavoro nella regione. Pekanov ha spiegato al Parlamento che quei soldi non possono andare direttamente alle due società del carbone, anche se queste potrebbero lavorare come subappaltatrici. Per i lavoratori di Maritsa East la differenza è sostanziale: i fondi per la transizione possono bonificare terreni e costruire strade, ma non garantiscono il prossimo stipendio.
La Bulgaria non è l'unico Paese a correre contro il tempo. La Romania rischia di perdere oltre 4,5 miliardi di euro se non riuscirà ad approvare sei leggi di riforma prima di una scadenza analoga (Digi24). Con la chiusura del RRF prevista a fine 2026, ogni riforma incompiuta ha ormai un costo di bilancio (Regulation EU 2021/241). Ma il caso bulgaro è più netto: la riforma contestata non riguarda un appalto in ritardo, bensì un cambiamento di governance che incontra resistenze politiche attive in una regione dove lo Stato paga già, di fatto, gli stipendi.
Il RRF sta funzionando esattamente come era stato concepito. Per i Paesi che hanno firmato le riforme e poi le hanno rinviate, il problema è proprio questo.
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