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EU_ECONOMICS15 / 18 · storia del giorno3 min · 720 parole · 32 fonti

La CDU blinda il freno al debito

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Scritto dall IAto brief AI · 20 luglio 2026, 02:50
Come è stata scritta

The constitutional demand to lower debt ratios halts the flow of European investment.

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il testo · 3 min di lettura

Ogni euro di nuova spesa dovrà ridurre il rapporto tra debito pubblico e Pil. Non stabilizzarlo: ridurlo. È questa la condizione posta dalla CDU per riformare la Schuldenbremse, il freno al debito che limita costituzionalmente l'indebitamento pubblico tedesco. Friedrich Merz ha esplicitato il prezzo politico dell'operazione: qualsiasi modifica richiede una maggioranza dei due terzi in entrambe le camere del Parlamento (FAZ, Reuters). Non è una questione di contabilità berlinese. La Germania è la prima economia dell'eurozona e, quando decide quanto possa permettersi di prendere a prestito, l'onda arriva in tutto il continente.

Come funziona il rapporto, e chi favorisce

La Schuldenbremse tedesca limita il deficit strutturale federale, cioè il disavanzo corretto per il ciclo economico, allo 0,35% del Pil (German Basic Law, Bundesbank). La CDU vuole mantenere quel tetto finché il debito resterà sopra il 60% del Pil. La spesa per la difesa, oggi trattata come eccezionale, dovrebbe rientrare nel bilancio ordinario all'inizio degli anni Trenta (t-online).

Il rapporto debito/Pil, che mette a confronto il debito pubblico complessivo con la dimensione dell'economia, può scendere anche se l'indebitamento aumenta in valore assoluto, purché il Pil cresca più rapidamente. Il criterio della CDU, dunque, non blocca automaticamente ogni nuova spesa. La sottopone però a un'unica domanda: fa diminuire il rapporto?

La Germania può permettersi di passare da quella porta. Si finanzia a costi contenuti, ha un'economia abbastanza grande perché la crescita assorba un aumento moderato del debito e ha già ritagliato enormi eccezioni nazionali per difesa e infrastrutture. BNP Paribas ha stimato che la spinta agli investimenti tedeschi del 2025 potrebbe aggiungere circa 0,7 punti percentuali alla crescita nel 2026 (BNP Paribas).

L'Italia no. Secondo LeaseNews, il rapporto debito/Pil italiano è stimato al 138,5% entro il 2026, con un deficit sopra il 3%, una combinazione che mantiene il Paese sotto sorveglianza fiscale europea. Il principale veicolo di investimento resta il piano di ripresa da 194,4 miliardi di euro, il PNRR, composto per oltre il 63% da prestiti e non da sovvenzioni (Business.it). La Germania investe usando il proprio bilancio. L'Italia prende a prestito dall'Europa e poi restituisce.

Dove si restringe lo spazio per gli investimenti europei

La prudenza fiscale tedesca pesa sul resto d'Europa attraverso due canali decisivi. Il primo è industriale: la Germania sta al centro delle catene di fornitura europee e, quando rinvia gli investimenti pubblici, i fornitori del resto dell'UE perdono commesse (European Commission).

Il vincolo più grande riguarda però chi possa indebitarsi per finanziare progetti europei. Se Berlino tratta il contenimento del debito come un principio costituzionale in casa propria, difficilmente sosterrà un nuovo grande ricorso al debito comune dell'UE. Il bilancio pluriennale 2028-2034 proposto dalla Commissione richiede l'approvazione unanime, il che dà alla Germania un veto sostanziale su questo punto (European Commission). Gli analisti francesi dell'Ifri hanno formulato la contraddizione in modo diretto: la Germania apre spazio fiscale nazionale per le priorità tedesche, mentre resiste a un'ambizione analoga a livello europeo (Ifri).

Il rapporto Draghi sulla competitività stima il fabbisogno aggiuntivo di investimenti europei in circa 800 miliardi di euro l'anno (Draghi report). Nessuna limatura marginale dei bilanci nazionali può arrivare a quella cifra. Un indebitamento a livello UE, cioè lo strumento che consentirebbe a Paesi come l'Italia di investire senza appesantire ulteriormente il debito nazionale, contribuirebbe a colmare il divario. La risposta tedesca, per ora, è questa: non se aumenta il rapporto debito/Pil.

La parola che regge tutto

La formula della CDU non è sbagliata, presa nei suoi termini. Il FMI ricorda che i margini fiscali contano quando il costo degli interessi sale e nuovi shock restano probabili (IMF). Una ricerca dell'IMK ha rilevato che finanziare investimenti pubblici a debito può comunque ridurre nel tempo il rapporto debito/Pil, a condizione che la spesa aumenti abbastanza il prodotto futuro (Finanznachrichten/IMK).

Tutto dipende da una parola: investimento. Il test tedesco chiede se la spesa riduca il rapporto debito/Pil. La risposta dipende dal fatto che quella spesa accresca o meno il Pil futuro. Nessuno, a Berlino, Parigi o Roma, ha ancora prodotto una contabilità progetto per progetto che distingua gli euro davvero destinati agli investimenti dalla spesa ordinaria ribattezzata per l'occasione. Il criterio tedesco sul rapporto debito/Pil è economicamente difendibile solo se Berlino applica alle proprie eccezioni lo stesso metro che pretende dalla spesa europea. Finora non lo ha fatto.

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