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EU_PUBLIC_AFFAIRS02 / 10 · storia del giorno3 min · 742 parole · 46 fonti

La Commissione punta a ridurre i veti sull’adesione

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Scritto dall IAto brief AI · 7 ottobre 2026, 02:50
Come è stata scritta

Europe considers removing one veto while preserving the last.

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il testo · 3 min di lettura

Il 6 ottobre la Commissione europea ha proposto che i governi dell’UE approvino a maggioranza, anziché all’unanimità, le fasi intermedie dei negoziati di adesione (Commission Q&A, BTA). Nessuna capitale potrebbe così bloccare da sola i negoziati di un paese candidato, mentre ciascuno Stato conserverebbe il veto sull’adesione finale. La modifica richiede il consenso dei governi che rinuncerebbero a questo potere e lascia irrisolta la controversia sul blocco imposto dall’Ungheria all’Ucraina.

Quale veto scompare e quale resta

Per entrare nell’UE bisogna superare una lunga serie di passaggi. I negoziati sono divisi in blocchi tematici: aprirne uno significa che l’Unione ritiene il candidato pronto a cominciare ad allineare quella parte della propria legislazione alle regole europee. Finora, i governi nazionali hanno dovuto approvare all’unanimità sia l’apertura sia la chiusura provvisoria di ciascun blocco, dando a ognuno la possibilità di opporsi (Council explainer).

La Commissione vuole che queste tappe intermedie siano decise a maggioranza qualificata: servono almeno 15 governi su 27, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’UE (Article 16 TEU). Un singolo paese non potrebbe più bloccare il processo. L’ultimo passaggio resterebbe invece invariato: l’articolo 49 del Trattato sull’UE richiede ancora una decisione unanime dei governi, il consenso del Parlamento europeo e la ratifica di ogni Stato membro (Article 49 TEU).

La proposta non è ancora in vigore. La commissaria europea all’Allargamento Marta Kos ha presentato una raccomandazione che i governi non hanno ancora adottato. Il testo della Commissione lascia inoltre aperti alcuni passaggi giuridici necessari a riscrivere il quadro negoziale di ciascun candidato, cioè le regole che i governi concordano all’inizio dei negoziati (full communication).

Il veto dell’Ungheria e la disputa sulle scuole

La condotta dell’Ungheria mostra quale problema la modifica intenda affrontare. Secondo European Pravda, Budapest ha rifiutato tre volte, il 17 luglio, l’8 settembre e il 29 settembre, di approvare la valutazione della Commissione sulla preparazione dell’Ucraina in due blocchi: il passaggio che precede la loro apertura (European Pravda).

La contestazione ungherese ha un fondamento concreto. Nel 2017 la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa, un gruppo di esperti di diritto costituzionale, criticò una legge ucraina sull’istruzione perché riduceva l’insegnamento secondario nelle lingue delle minoranze (Venice Commission). Quel parere documenta una questione seria e di lunga data, ma non valuta il disegno di legge che Kyiv sta esaminando oggi.

Budapest potrebbe ammorbidire la propria posizione. Il sito ungherese Index, citando un articolo del Financial Times, riferisce che il premier Péter Magyar ha detto ai diplomatici di lasciare avanzare la procedura. Secondo Index, un sostegno più pieno dipende dal voto ucraino su un disegno di legge sulle scuole delle minoranze, atteso per il 12 ottobre (Index).

Con il voto a maggioranza, l’Ungheria non potrebbe più bloccare da sola quel passaggio intermedio. La disputa sulle scuole resterebbe aperta e Budapest conserverebbe il veto sull’adesione finale dell’Ucraina. Le regole di voto hanno limiti anche in altri casi: il prossimo passo della Macedonia del Nord dipende da una modifica costituzionale che riconosca i bulgari come minoranza, condizione stabilita da un compromesso del Consiglio del 2022 che solo il Parlamento di Skopje può soddisfare (Council conclusions).

Chi deve dire sì

Il pacchetto affianca a negoziati più agevoli un controllo più severo dopo l’adesione. Per 15 anni, un nuovo membro che violasse gravemente i valori dell’UE potrebbe subire sanzioni, fino alla perdita del diritto di voto tra i governi (full communication). Una volta accertata la violazione, le sanzioni scatterebbero automaticamente, salvo che una maggioranza qualificata voti per fermarle.

La procedura attuale funziona al contrario. L’articolo 7, lo strumento dell’UE contro l’arretramento democratico, richiede l’accordo dei governi prima di intervenire. Nel 2025 il Parlamento europeo ha rilevato che il procedimento dell’articolo 7 contro l’Ungheria aveva tenuto nove audizioni dal 2018 senza arrivare nemmeno a una constatazione formale del rischio (European Parliament). Kos ha sostenuto che il limite di 15 anni impedirebbe ai nuovi membri di restare in una condizione permanente di serie B (Guardian).

La modifica del voto dipende da governi disposti a rinunciare a una leva che hanno già usato, ma le loro posizioni iniziali sono diverse. Il governo olandese sostiene garanzie più rigorose; il 29 settembre, però, il ministro degli Esteri Tom Berendsen ha detto al Senato che L’Aia vuole mantenere l’unanimità per le decisioni importanti sull’adesione (Eerste Kamer). Non ha precisato se l’apertura di un blocco rientri tra queste decisioni. Finché i governi non adotteranno la modifica e Kyiv non risponderà alla contestazione sulle scuole, il veto usato dall’Ungheria quest’estate resterà in vigore.

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