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EU_PUBLIC_AFFAIRS01 / 05 · storia del giorno3 min · 735 parole · 58 fonti

EPA cancella i limiti alla CO₂

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Scritto dall IAto brief AI · 16 settembre 2026, 02:50
Come è stata scritta

Washington removes the limits as the heat keeps rising.

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il testo · 3 min di lettura

Il 14 settembre l’Environmental Protection Agency statunitense ha firmato il provvedimento definitivo che abroga gran parte degli standard sulle emissioni di gas serra introdotti nel 2024 dall’amministrazione Biden per le centrali elettriche. La decisione elimina i limiti applicati agli impianti a carbone esistenti e alle nuove turbine a gas, la cui disciplina faceva leva sull’impiego di tecnologie per la cattura del carbonio (EPA, Sidley).

Una seconda iniziativa, ancora allo stadio di proposta, si spingerebbe oltre, cancellando gli standard rimasti e ritirando la conclusione giuridica con cui l’EPA aveva stabilito che le emissioni del settore elettrico contribuiscono a un inquinamento atmosferico pericoloso (Sidley). Su tale conclusione poggia la facoltà dell’agenzia di regolamentare le emissioni di CO₂ delle centrali: la sua revoca non cancellerebbe il Clean Air Act né impedirebbe a una futura amministrazione di ricostruire l’impianto normativo, ma obbligherebbe chi succederà all’attuale vertice a ripartire da zero nella giustificazione giuridica dell’intervento.

Che cosa è definitivo e che cosa non lo è

L’abrogazione firmata entrerà in vigore con la pubblicazione nel Federal Register, il registro ufficiale delle norme federali statunitensi, dove al 15 settembre non era ancora comparsa. Da quel momento i procuratori generali degli Stati o le organizzazioni ambientaliste potranno impugnarla in tribunale, mentre una futura amministrazione conserverà la facoltà di proporre regole sostitutive.

Per la proposta più ampia non esiste invece una data di approvazione definitiva: prima che l’EPA possa procedere, dovrà svolgersi una consultazione pubblica, un iter che richiede generalmente diversi mesi.

L’EPA sostiene che l’abrogazione produrrà risparmi per 300 miliardi di dollari (EPA), sebbene una precedente proposta della stessa agenzia avesse stimato benefici per circa 19 miliardi di dollari in valore attuale, applicando un tasso di sconto del 3% (Federal Register). L’EPA non ha spiegato la distanza tra le due cifre. Quanto alle emissioni, i modelli dell’agenzia prevedono che, rispetto al mantenimento delle regole, nel 2035 si produrranno 123 milioni di tonnellate di CO₂ aggiuntive ogni anno (regulations.gov): si tratta di un dato annuale, non del totale cumulato nell’arco di un decennio.

L’esposizione europea è reale, ma precede questa decisione

La revoca allarga una distanza normativa transatlantica che esisteva già, poiché l’industria europea paga elettricità e gas molto più dei concorrenti statunitensi. Il Draghi competitiveness report riconduce il divario alla perdita del gas russo a basso costo trasportato via gasdotto, al sistema EU Emissions Trading System, il mercato europeo del carbonio nel quale le imprese pagano per ogni tonnellata di CO₂ emessa, e ai maggiori costi delle reti. Anche l’Affordable Energy Action Plan della Commissione individua in questi prezzi strutturalmente più elevati il principale problema per la competitività.

Le norme statunitensi appena cancellate avrebbero imposto alle centrali investimenti da realizzare più avanti, con scadenze per l’adeguamento collocate negli anni Trenta. Finora nessun governo europeo, federazione industriale o istituto di ricerca ha quantificato l’effetto specifico della decisione sui prezzi, sulla produzione o sugli investimenti.

Un eventuale vantaggio di costo statunitense peserebbe soprattutto sulla chimica di base e sui fertilizzanti, settori nei quali il gas costituisce sia una fonte di energia sia una materia prima. I produttori chimici spagnoli sostengono già costi del gas naturale superiori di diverse volte ai parametri di riferimento statunitensi (FEIQUE).

Il CBAM protegge dalle importazioni, non la capacità di esportare

Il Carbon Border Adjustment Mechanism dell’UE, che impone agli importatori un costo per il carbonio incorporato in cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità, assoggetterebbe un prodotto statunitense più inquinante destinato all’Europa a un prelievo maggiore (Commission CBAM, CBAM Regulation). Il meccanismo tutela quindi il mercato interno europeo, ma non aiuta gli esportatori dell’UE che competono negli Stati Uniti o nei Paesi terzi; inoltre considera l’elettricità impiegata nella fabbricazione soltanto per alcune delle merci comprese nel sistema, mentre esclude completamente i prodotti chimici.

La revoca statunitense non può modificare la European Climate Law, che vincola l’UE a ridurre le emissioni nette di almeno il 55% entro il 2030 e a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. Il ripiegamento di Washington lascia dunque intatti gli obblighi giuridici europei e potrebbe aumentare la pressione sugli esportatori ad alta intensità energetica, già penalizzati sul piano dei costi, ma per ora non vi sono prove di un nuovo shock misurabile sui prezzi o sugli investimenti. Resta da capire se la Commissione e i governi nazionali sapranno ridurre il divario energetico accelerando le autorizzazioni e gli investimenti nelle reti: una scelta che spetta all’Europa e che era sul tavolo ben prima delle decisioni assunte dall’EPA la scorsa settimana.

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