Estonia, via libera al nucleare 63-10

Estonia’s nuclear law provides the framework for a grid that does not yet exist.
Composizione immagine · tobriefNel febbraio 2025 Estonia, Lettonia e Lituania hanno completato un passaggio preparato per oltre un decennio: si sono scollegate dal sistema elettrico BRELL, controllato dalla Russia, e si sono sincronizzate con la rete dell’Europa continentale (ENTSO-E, Kleinman Center). Quella è stata la dichiarazione d’indipendenza. Ora serve un sistema energetico capace di reggerla.
Il 17 giugno 2026 il Parlamento estone ha approvato con 63 voti a 10 la legge sull’energia e la sicurezza nucleare, creando per la prima volta nella storia del Paese una base giuridica per l’uso pacifico dell’energia atomica (Riigikogu). La legge non autorizza un reattore, non sceglie un sito e non impegna lo Stato a costruire alcunché. Definisce le regole: chi vigila, come funzionano i permessi, chi paga per le scorie. In sostanza, fissa il codice della strada prima che le auto comincino a circolare.
Dal cavo tagliato al vuoto da riempire
Una rete elettrica non è un magazzino. Produzione e consumo devono coincidere quasi istante per istante, altrimenti il sistema perde stabilità. Eolico e solare producono elettricità a basso costo, ma seguono il tempo atmosferico, non le esigenze della rete. Le batterie accumulano energia per ore, raramente per settimane. Gli interconnettori permettono di prendere energia dai vicini, purché anche loro ne abbiano.
Dopo l’uscita dal BRELL, i Paesi baltici non dipendono più da Mosca per il controllo della frequenza, cioè per quel bilanciamento continuo e preciso che mantiene stabile la corrente. Hanno però perso anche un elemento fisico: l’enorme massa rotante del parco di generazione russo, che funzionava come un volano capace di assorbire sbalzi improvvisi tra offerta e domanda. Ora questa responsabilità ricade interamente sulle reti baltiche e sui partner europei. I dati del mercato lituano mostrano già la tensione: in una settimana recente la produzione locale è scesa mentre la domanda aumentava, e le importazioni sono salite per compensare (LRT). I cavi transfrontalieri aiutano, ma hanno limiti di capacità, e riservare banda alla stabilità della rete può ridurre il flusso di energia più conveniente tra Paesi.
In questo quadro il nucleare entra come produzione programmabile a basse emissioni: funziona indipendentemente dal meteo e, attraverso grandi turbine in rotazione, restituisce proprio quella inerzia fisica a cui i baltici hanno rinunciato lasciando il BRELL. Non elimina il bisogno di cavi, batterie o gestione della domanda. Cambia però la composizione dell’offerta affidabile dentro il sistema.
Una tabella di marcia piena di passaggi
La legge estone istituisce un regolatore all’interno dell’Autorità per la protezione dei consumatori e la regolazione tecnica, la TTJA, che dovrebbe iniziare a operare il 1 gennaio 2027. Il percorso autorizzativo procede per fasi: valutazione preliminare, licenza di costruzione, test, esercizio, dismissione (Riigikogu). Il Parlamento ha aggiunto un ulteriore passaggio politico: qualsiasi decisione di costruzione dovrà ottenere anche il via libera dei deputati, oltre a quello del regolatore e del governo.
La società che punta a usare questo quadro è Fermi Energia. Propone due piccoli reattori modulari GE Hitachi BWRX-300, un modello già in costruzione nel sito di Darlington, in Ontario, e al vaglio dei regolatori statunitensi: non più soltanto un progetto su carta (ANS). L’obiettivo è produrre la prima elettricità entro il 2036 (ERR).
Il costo stimato per circa 600 MW di capacità è di 4,5 miliardi di euro. Il ministero del Clima avverte che serviranno ancora decine di regolamenti attuativi. La posizione attuale del governo è che lo Stato non finanzierà una centrale nucleare, mentre Fermi sostiene che il progetto abbia bisogno di un meccanismo di garanzia del prezzo sostenuto dal settore pubblico. È probabilmente questo il vero varco da attraversare. Una legge può rendere un progetto ammissibile; un modello di ricavi finanziabile decide se gli investitori metteranno sul tavolo miliardi.
Le risposte dei vicini
L’Estonia non sta affrontando da sola questo problema. Il 15 giugno 2026 il Riksdag svedese ha approvato l’ampliamento dei siti disponibili per il nucleare, mentre Vattenfall ha scelto la tecnologia SMR di Rolls-Royce per tre unità vicino a Ringhals (Riksdag, Rolls-Royce). Anche così, l’amministratore delegato di Vattenfall colloca quei reattori attorno al 2040 (SVT). La Lettonia sta investendo in interconnessioni e batterie, non nel nucleare (TEGOS Legal). La Lituania porta invece con sé una memoria cauta: lo smantellamento dei reattori sovietici di Ignalina proseguirà fino al 2049, il combustibile esausto dovrà restare in deposito per 50 anni e servirà un deposito geologico entro il 2090 (LRT English).
Anche il quadro europeo è cambiato. Il nucleare rientra ormai nelle regole climatiche della tassonomia e il Net-Zero Industry Act considera gli SMR una tecnologia strategica (EUR-Lex, World Nuclear News). Questo apre la strada agli aiuti di Stato, ma non accorcia il decennio che separa una legge dall’elettricità immessa in rete.
L’Estonia ha approvato la strada, non il mezzo. La vera prova della sovranità energetica baltica si giocherà negli anni Trenta e Quaranta: regolatori da costruire, cavi da posare, contratti da firmare, reattori che producano davvero energia. Il nucleare può diventare parte di quel sistema. Se accadrà dipende da risposte che nessuna legge, da sola, può dare: chi paga, chi costruisce e se l’Europa saprà trasformare i piccoli reattori modulari da prototipi promettenti in infrastruttura affidabile.
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