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EU_PUBLIC_AFFAIRS06 / 18 · storia del giorno3 min · 766 parole · 45 fonti

Centri di rimpatrio senza Paesi ospiti

Scritto dall IAto brief AI · 24 giugno 2026, 03:50
Come è stata scritta

The legal framework for offshore return hubs stands ready for hosts that do not exist.

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il testo · 3 min di lettura

Nessun Paese terzo ha accettato di ospitare un centro di rimpatrio per conto dell'UE. È questo il nodo che pesa sul nuovo Regolamento sui rimpatri, approvato dal Parlamento europeo il 17 giugno, che per la prima volta dà agli Stati membri una base giuridica per gestire strutture di espulsione fuori dal territorio dell'Unione (European Parliament, DW).

Diciannove leader europei hanno firmato una lettera chiedendo alla Commissione europea di sostenere rapidamente questi centri, anche con fondi UE (Statsministeriet). Austria, Danimarca, Grecia e Paesi Bassi starebbero già valutando possibili sedi. Il Consiglio dell'UE, dove i governi nazionali partecipano alla co-legislazione, deve ancora dare il via libera formale. Ma il vero potere negoziale resta nelle mani del Paese che dovrebbe accettare i trattenuti sul proprio territorio. Finora, nessuno ha detto sì.

Perché la maggior parte degli ordini di rimpatrio resta sulla carta

I sostenitori della riforma partono da un fallimento reale. Secondo il relatore parlamentare del regolamento, Malik Azmani, solo circa il 28% delle decisioni di rimpatrio nell'UE si traduce davvero nella partenza della persona interessata (EP interview). Le nuove norme introducono un Ordine europeo di rimpatrio valido in tutti gli Stati membri e consentono il trasferimento in strutture di detenzione oltre i confini dell'Unione.

Le ragioni per cui tanti rimpatri falliscono, però, dipendono poco dal luogo in cui una persona viene trattenuta. I Paesi d'origine rifiutano di rilasciare documenti di viaggio. I consolati prendono tempo. I tribunali intervengono. Un'analisi del College of Europe ha individuato il problema centrale: convincere i Paesi d'origine a collaborare e ad accettare i rimpatriati (College of Europe). Il Parlamento può autorizzare lo strumento. Non può costringere un Paese terzo a ospitare un centro, né un Paese d'origine a riprendersi i propri cittadini.

L'Italia ci ha provato. Sono state rimpatriate cinque persone.

L'Italia è l'unico governo che abbia sperimentato qualcosa di simile a questo modello. Due strutture in Albania, una per l'identificazione a Shëngjin e una per il trattenimento a Gjadër, operano secondo il diritto italiano. Dopo che i tribunali hanno bocciato i primi trattenimenti alla fine del 2024, Roma ha spostato il baricentro dal trattamento offshore delle domande d'asilo al trattenimento di persone già destinatarie di un ordine di espulsione (EFE).

I risultati restano minimi. Internazionale, citando documenti ottenuti da Altreconomia, ha riferito di cinque migranti rimpatriati direttamente dall'Albania in Egitto. Altri, trasferiti in Albania, sono poi rientrati in Italia. La stessa inchiesta ha contato 54 interventi di emergenza nei primi giorni di apertura del centro di Gjadër (Internazionale).

Il fronte giudiziario è distinto e resta aperto. Secondo un aggiornamento di ECRE/ELENA, il modello albanese finirà al vaglio della Corte di giustizia dell'UE nelle cause riunite C-706/25 e C-707/25, che dovranno chiarire se le strutture siano compatibili con il diritto europeo in materia d'asilo (ECRE/ELENA). Giorgia Meloni sostiene che il voto del Parlamento europeo confermi la bontà della linea italiana (La Nación). I giudici non si sono ancora pronunciati.

La partita sui fondi e il nodo dei diritti

Il premier greco Kyriakos Mitsotakis ha indicato il calendario più concreto: accordi entro la fine del 2026, centri operativi dal 2027 (Le Monde). La Germania, pur partecipando a un gruppo di lavoro sulle possibili sedi, non ha firmato la lettera dei 19 leader (EUobserver).

Francia e Spagna non possono bloccare il regolamento con il voto a maggioranza qualificata, che richiede una supermaggioranza di Stati e popolazione e quindi non attribuisce a un singolo governo diritto di veto. Emmanuel Macron ha però detto che Parigi si opporrà al finanziamento dei centri con il bilancio UE, mentre Pedro Sánchez li ha definiti inefficaci e dannosi per i rapporti con i Paesi di transito da cui l'Europa continua a dipendere (Euronews, El País). Non possono affossare la legge. Possono renderla più difficile da finanziare e da difendere.

Il regolamento elimina anche una garanzia: i ricorsi contro l'espulsione non sospenderebbero più automaticamente il rimpatrio, lasciando ai giudici la decisione caso per caso (European Parliament, Politis). L'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha avvertito che i governi non possono esternalizzare la responsabilità quando una persona viene detenuta illegalmente o privata di un ricorso effettivo (European Times). Amnesty ha segnalato il rischio di trattenere persone in Paesi con cui non hanno legami e dove non hanno accesso agli avvocati (Amnesty).

Il Parlamento ha approvato la cornice. Il Consiglio deve ancora chiudere il dossier. Un Paese ospitante deve ancora farsi avanti. Le corti di Lussemburgo e Strasburgo dovranno stabilire se le garanzie europee seguano le persone anche fuori dai confini dell'UE. La spinta politica esiste. Le risposte operative, per ora, no.

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6/24/2026, 3:22:10 AM
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