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EU_PUBLIC_AFFAIRS08 / 17 · storia del giorno3 min · 721 parole · 31 fonti

Stop UE al rogo dei vestiti invenduti

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Scritto dall IAto brief AI · 19 luglio 2026, 02:50
Come è stata scritta

New EU regulations transform unsold inventory from a disposable liability into a permanent, documented archive.

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il testo · 3 min di lettura

Jeans triturati. Cappotti inceneriti. Ogni anno, tra 264.000 e 594.000 tonnellate di prodotti tessili immessi sul mercato europeo vengono distrutte prima ancora che un cliente le tocchi. Dal 19 luglio 2026, le grandi imprese che ricorrono a questa pratica dovranno rispettare un divieto valido in tutta l'Unione e conservare registri verificabili che dimostrino che cosa sia accaduto a ogni capo rimasto invenduto (European Commission).

La regola entra nel magazzino

Il divieto rientra nel regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili, l'ESPR. È una norma europea direttamente applicabile in tutti gli Stati membri, senza bisogno di recepimento da parte dei Parlamenti nazionali, e riguarda abbigliamento, accessori e calzature (EUR-Lex).

Le grandi imprese, cioè quelle con oltre 250 dipendenti o più di 50 milioni di euro di fatturato, rientrano già nel perimetro della norma. Le medie aziende seguiranno nel 2030. Microimprese e piccole imprese restano escluse, anche se il regolamento impedisce che vengano usate come intermediari per aggirare il divieto di distruzione (EUR-Lex, nShift).

Per «distruzione» non si intende soltanto l'incenerimento. La norma considera tali anche il riciclo, la triturazione e il recupero energetico dei beni invenduti, salvo che ricorra una delle eccezioni ristrette previste (Umweltbundesamt). Le imprese devono prima tentare la strada degli sconti, della donazione, della riparazione o dello spostamento verso altri mercati. Solo quando queste opzioni falliscano, oppure quando i prodotti presentino rischi reali per la sicurezza o siano contraffatti, si può procedere alla distruzione secondo l'atto delegato con cui la Commissione ha precisato le eccezioni (Delegated Regulation 2026/296).

I registri vanno conservati per cinque anni. Le relazioni devono uscire ogni anno. La vecchia domanda del dettagliante, «possiamo metterlo a perdita?», diventa una catena documentale: quale prodotto, perché è rimasto invenduto, quale canale di riuso si è tentato, quali prove esistono. Il peso maggiore cadrà sull'e-commerce e sui centri di logistica, dove resi e rimanenze stagionali finivano spesso nei flussi dei rifiuti senza lasciare tracce visibili (IT-Recht Kanzlei).

Chi controlla, e chi non è ancora pronto

La legge è europea. I controlli restano nazionali. Le autorità di vigilanza del mercato di ciascun Paese, cioè gli ispettori che verificano se i prodotti in vendita rispettino le regole dell'UE, devono accertare la conformità. Il grado di preparazione, però, cambia molto da Stato a Stato.

La Germania offre il quadro più chiaro: le autorità regionali controlleranno i registri e potranno imporre sanzioni (Umweltbundesamt). La Polonia non ha ancora indicato pubblicamente quale organismo farà rispettare la norma, benché l'obbligo sia già in vigore (Gazeta Prawna). In Spagna, le competenze sembrano dividersi tra vigilanza sui prodotti, agenzie ambientali e comunità autonome (BOE).

La Francia fa storia a sé. La legge AGEC vieta già dal 2022 la distruzione dei beni non alimentari invenduti, sicché la norma europea appare in parte come l'estensione continentale di una politica francese (Timly). Eppure anche il sistema francese del riuso mostra limiti evidenti: le autorità locali gestiscono ancora ogni anno 794.000 tonnellate di tessili nei rifiuti residui, con un costo di 225 milioni di euro (AMORCE).

L'anello debole a valle

Sulla carta, la catena delle responsabilità è lineare. La Commissione ha scritto la regola e può estenderla ad altre categorie di prodotti tramite atti delegati, cioè poteri che le consentono di ampliare le norme senza riaprire l'intero procedimento legislativo (European Commission). Le imprese tengono i registri. Gli ispettori nazionali li controllano. Enti benefici, riciclatori e mercati dell'usato devono assorbire ciò che i dettaglianti non potranno più eliminare in silenzio. È proprio quest'ultimo passaggio il più fragile.

Nessuno Stato membro dispone di dati affidabili su quanta moda invenduta venisse davvero distrutta prima del divieto. La federazione tessile tedesca definisce la norma una «tigre di carta» (Gesamtverband textil+mode). È un'accusa che non poggia su dati indipendenti. Ma non vi poggia nemmeno l'idea opposta, cioè che il problema abbia ovunque dimensioni enormi. La rendicontazione aziendale standardizzata, obbligatoria da marzo 2027, potrebbe fornire all'Europa la prima base empirica seria su una pratica rimasta invisibile per costruzione (EUR-Lex).

Vietare la distruzione non crea automaticamente capacità di riuso. Secondo Wedemain, i tessili usati che non trovano sbocchi in Europa finiscono in Africa, dove una quota rilevante diventa subito rifiuto. La prova più difficile spetta ora alle autorità nazionali e ai dettaglianti: dimostrare che i canali di riuso da documentare siano davvero in grado di assorbire stock su larga scala.

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7/19/2026, 2:22:37 AM
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