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EU_ECONOMICS05 / 07 · storia del giorno3 min · 825 parole · 139 fonti

Deficit UE-Cina a 360 miliardi

Scritto dall IAto brief AI · 30 maggio 2026, 03:50
Come è stata scritta

The industrial dependencies of the green transition are now woven into the European fabric.

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il testo · 3 min di lettura

La Commissione europea ha definito il 29 maggio «non sostenibili» i rapporti commerciali e di investimento tra l'UE e la Cina, usando verso Pechino il linguaggio più duro finora adottato da Bruxelles. La presa di posizione arriva dopo un anno in cui il deficit commerciale europeo con la Cina è aumentato del 18%, a 359,8 miliardi di euro (Eurostat, Courthouse News). Le esportazioni verso la Cina sono diminuite, mentre le importazioni sono cresciute, e la Commissione avverte che la sovraccapacità industriale cinese mette a rischio 29 milioni di posti di lavoro europei (Le Monde).

Ma quella dichiarazione resta, per ora, un passaggio politico, non una legge. Non ne sono uscite misure vincolanti. E la dipendenza concreta dell'Europa dalla Cina, da quando tre anni fa Bruxelles annunciò la strategia di de-risking, si è aggravata.

La dipendenza che è aumentata

Uno studio della Friedrich-Naumann Foundation, pubblicato nella stessa settimana, ha messo in fila i numeri del fallimento. Tra il 2023 e il 2025 la dipendenza tedesca dalle importazioni cinesi è cresciuta in tutte le categorie critiche: le batterie al litio sono passate dal 49,7% al 66,5%, gli antibiotici dal 65,3% al 72,9%, i pannelli solari dall'89% al 92,6% (n-tv). I volumi importati di terre rare sono triplicati.

Lo stesso schema vale su scala continentale. Le importazioni italiane dalla Cina sono cresciute del 91% tra il 2019 e il 2025, l'aumento più forte tra le grandi economie dell'UE (Corriere della Sera). Nell'Unione, il 98% dei pannelli solari importati arriva dalla Cina e circa il 70% delle filiere di batterie e tecnologie pulite passa da produttori cinesi (Bruegel, EU JRC). L'Europa vuole liberarsi da un fornitore di cui ha più bisogno che mai.

La Francia spinge, la Germania frena

Cinque Paesi, Francia, Italia, Spagna, Paesi Bassi e Lituania, hanno presentato il 25 maggio un documento comune chiedendo strumenti di difesa commerciale più rapidi (Corriere della Sera). Il commissario europeo al Commercio Stéphane Séjourné ha risposto con un piano in tre pilastri: limitare al 60% la quota di un singolo Paese in una filiera, sostituire le lente indagini prodotto per prodotto con salvaguardie settoriali, e irrigidire le regole sui sussidi esteri (Le Monde).

La Germania non ha firmato. Berlino non respinge in blocco la difesa commerciale, ma chiede strumenti chirurgici e compatibili con le regole del WTO, non tetti rigidi alle catene di fornitura che potrebbero provocare ritorsioni cinesi (Handelsblatt). La ministra dell'Economia Katherina Reiche è volata a Pechino nella stessa settimana con una delegazione di 40 imprenditori per chiedere «reciprocità» e accesso affidabile alle terre rare. È tornata senza accordi (Deutschlandfunk).

La prudenza tedesca riflette l'esposizione del Paese. Nel 2025 gli scambi bilaterali con la Cina hanno raggiunto 250 miliardi di euro, anche se le esportazioni automobilistiche tedesche si sono dimezzate dal 2022 (Euronews, Krone). Ma le contraddizioni vanno oltre Berlino. L'Italia ha sottoscritto il documento più duro mentre accoglieva la casa automobilistica cinese Dongfeng come partner nella gestione dello stabilimento Stellantis di Cassino (Il Fatto Quotidiano). L'Ungheria, che ha assorbito il 44% degli investimenti diretti cinesi entrati nell'UE, si trova davanti a uno scontro diretto tra la strategia fondata sulle fabbriche e i tetti alle filiere che potrebbero indebolire gli impianti BYD e CATL in costruzione (Portfolio).

La retorica corre più dell'applicazione

I tre pilastri di Séjourné non hanno ancora un testo legislativo. Il possibile «strumento anti-sovraccapacità», che consentirebbe all'UE di bloccare in via preventiva importazioni vendute sotto il costo di produzione, è ancora in consultazione; una proposta formale potrebbe arrivare non prima del terzo trimestre del 2026 (Atlantic Council). Il regolamento aggiornato sul controllo degli investimenti diretti esteri, cioè la verifica pubblica delle acquisizioni straniere nei settori sensibili, ha raggiunto l'accordo politico nel dicembre 2025, ma si applicherà solo dalla fine del 2027 (Consilium).

Una misura concreta, però, arriverà presto: dal 1° luglio sparirà la soglia di esenzione doganale da 150 euro sui pacchi (European Commission). Oggi milioni di micro-spedizioni delle piattaforme cinesi di commercio elettronico, da Temu a Shein, entrano nell'UE senza dazi, comprimendo i margini dei commercianti locali. Applicare tariffe a ogni pacco colpisce direttamente il modello economico di quel business.

La Cina non aspetta che l'Europa decida. Pechino ha già imposto dazi del 42,7% sui prodotti lattiero-caseari europei (Euronews), rallentato le certificazioni Airbus, limitato l'export di terre rare e sanzionato sette aziende europee della difesa (Radio Free Europe).

Il Consiglio europeo si riunirà il 18 giugno per indicare la rotta. La contraddizione di fondo è aritmetica: l'Europa ha bisogno di pannelli solari, batterie e terre rare cinesi per raggiungere gli obiettivi climatici. Proteggere l'industria interna rallenta la decarbonizzazione; lasciare correre le importazioni distrugge la base industriale necessaria all'autosufficienza di lungo periodo (CER). Tre anni dopo il lancio del de-risking, la dipendenza si è solo approfondita. Il 18 giugno l'Europa dovrà decidere quale costo ritiene più sopportabile: indebolire la transizione verde, o assistere alla scomparsa della base industriale che dovrebbe sostenerla.

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5/30/2026, 3:07:37 AM
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