UE, causa da €10bn verso il ritiro

The legal precedent for frozen funds begins to melt before verification can take place.
Composizione immagine · tobriefLa presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola ha detto mercoledì agli eurodeputati che consulterà l’aula su due dossier: la procedura sullo Stato di diritto prevista dall’Articolo 7, il meccanismo dei Trattati con cui l’UE può sanzionare gli Stati membri che violino le norme democratiche, e la causa separata contro la Commissione europea per i miliardi sbloccati a favore dell’Ungheria nel 2023 (Telex). Entrambe le consultazioni arrivano dopo una richiesta del premier ungherese Péter Magyar, secondo cui il ricorso rischia ormai di colpire i fondi europei di cui ha bisogno il suo governo riformista, non Orbán (The Straits Times/Reuters).
La causa pesa più dell’Articolo 7
L’Articolo 7 attira l’attenzione politica. Il Parlamento aprì il fascicolo ungherese ai sensi dell’Articolo 7(1) nel settembre 2018. Da allora la procedura resta tra i fascicoli aperti del Consiglio senza avanzare, perché il passaggio successivo richiede l’unanimità dei capi di Stato e di governo, cioè consente a un solo Paese di bloccare tutto. Nell’aprile 2024, gli eurodeputati approvarono una risoluzione per chiedere al Consiglio, dove siedono i governi dell’UE, di agire. Non accadde nulla. L’Articolo 7 ha mantenuto l’Ungheria sotto marchio politico, ma non è mai costato un centesimo a Budapest.
La causa è un’altra cosa. Il procedimento C-225/24 davanti alla Corte di giustizia dell’UE contesta la decisione con cui la Commissione, nel dicembre 2023, sbloccò circa 10,2 miliardi di euro di fondi di coesione ungheresi, cioè risorse europee destinate a ridurre i divari economici tra le regioni (CURIA). Il Parlamento sostiene che la Commissione abbia liberato il denaro senza verificare se l’Ungheria avesse davvero attuato le riforme giudiziarie e anticorruzione richieste per accedervi.
Nel febbraio 2026 l’avvocata generale Tamara Ćapeta ha dato ragione al Parlamento, proponendo alla Corte di annullare la decisione della Commissione perché le riforme avrebbero dovuto essere “in vigore ed effettivamente applicate” prima dello sblocco dei fondi. Le conclusioni degli avvocati generali non vincolano i giudici, ma nella maggior parte dei casi la Corte le segue. Se accadesse anche qui, si stabilirebbe che le decisioni della Commissione sul rilascio di fondi congelati possono finire davanti a un giudice, non soltanto nel circuito della trattativa politica. Sarebbe un precedente capace di modificare il funzionamento della condizionalità, cioè il legame tra fondi europei e obblighi di riforma, in tutti gli Stati membri.
Il rischio di premiare le promesse
L’argomento di Magyar ha una sua logica immediata. Ha sconfitto Orbán nell’aprile 2026, ha concordato a maggio con la presidente della Commissione Ursula von der Leyen un quadro da 16,4 miliardi di euro basato sullo scambio tra riforme e fondi, e sostiene che la causa riguardi denaro necessario al suo governo per mantenere gli impegni anticorruzione, compresa l’adesione alla Procura europea, l’EPPO, l’organismo dell’UE che indaga sulle frodi transfrontaliere. Ritirare il ricorso, dice, eliminerebbe un’incertezza giuridica da riforme già avviate (The Straits Times/Reuters).
La Commissione, però, si è infilata in uno schema ricorrente. Ha sbloccato o tracciato la strada per sbloccare fondi all’Ungheria di Orbán nel 2023, alla Polonia dopo il ritorno di Donald Tusk nel 2024 e all’Ungheria di Magyar nel 2026. Ogni volta si è mossa prima che una verifica indipendente confermasse che le riforme funzionassero nella pratica, non solo sulla carta. La relatrice del Parlamento sull’Ungheria, Tineke Strik, ha detto che una missione conoscitiva in ottobre valuterà i risultati prima di qualsiasi proposta di ritiro della procedura dell’Articolo 7 (Telex). Abbandonare la causa prima di quella visita, e prima della sentenza della Corte, manderebbe un segnale netto: il cambio politico basta a chiudere lo scrutinio giuridico.
Quel segnale andrebbe oltre Budapest. Precedenti ricostruzioni di To Brief hanno mostrato che il governo polacco vedeva nella svolta ungherese un modo concreto per sbloccare i rimborsi dello Strumento europeo per la pace e il coordinamento sugli aiuti all’Ucraina che Orbán aveva frenato. Se la condizionalità diventa reversibile ogni volta che arriva un governo più gradito a Bruxelles, lo strumento perde credibilità prima ancora della prova successiva.
Che cosa resta aperto
La Corte di giustizia non si è ancora pronunciata sul procedimento C-225/24. Se il Parlamento ritira il ricorso prima della sentenza, si perde il precedente sulla possibilità di sottoporre quelle decisioni a controllo giudiziario. Se invece la Corte annulla la decisione della Commissione mentre il Parlamento si è già sfilato politicamente, entrambe le istituzioni si troveranno in un pasticcio giuridico: una pronuncia secondo cui quei fondi non avrebbero mai dovuto essere liberati, senza che nessuna delle due sia nelle condizioni politiche migliori per darvi seguito ai sensi dell’articolo 266 TFUE, la norma dei Trattati che impone alle istituzioni di conformarsi alle sentenze della Corte.
Magyar può essere sincero. L’UE, però, non dispone ancora di un metodo affidabile per distinguere le riforme reali da quelle recitate prima che i fatti siano verificabili. La visita parlamentare di ottobre è il primo momento in cui quei fatti potranno essere controllati, e Magyar chiede agli eurodeputati di disarmare prima che accada.
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