Europa scoperta contro l'Oreshnik russo

A continental defense carved in stone against a threat moving at the speed of light.
Composizione immagine · tobriefIl 24 maggio la Russia ha lanciato contro Kiev il missile balistico a raggio intermedio Oreshnik, capace di trasportare testate nucleari, facendone il fulcro del più grande attacco aereo dall’inizio della guerra: circa 600 droni e 90 missili in una sola notte. Almeno quattro persone sono morte e più di 100 sono rimaste ferite. Tra gli obiettivi colpiti figurano il ministero degli Esteri ucraino, lo studio dell’emittente tedesca ARD e la residenza dell’ambasciatore albanese (Kyiv Independent, Deutschlandfunk). Nessun sistema di difesa aerea oggi schierato in Ucraina, o nel resto d’Europa, è in grado di intercettare con affidabilità quel tipo di arma.
Il Comando operativo polacco ha fatto decollare i caccia per oltre tre ore, in una postura preventiva di difesa NATO, dopo che la traiettoria del missile aveva puntato verso il confine orientale del Paese (Euronews PL). Non si è trattato di una protesta diplomatica, ma di un’attivazione militare dentro il territorio dell’Alleanza, imposta da un’arma che viaggia troppo velocemente perché gli intercettori terrestri possano raggiungerla.
Perché l’arsenale europeo non riesce a fermarlo
L’Oreshnik è un IRBM, cioè un missile balistico a raggio intermedio, una classe d’arma con gittata compresa tra 3.000 e 5.500 chilometri e progettata per trasportare testate nucleari. Le testate rientrano nell’atmosfera a Mach 10, dividendosi in più submunizioni a guida indipendente. A quella velocità, attorno a ciascuna testata si forma plasma ionizzato, che acceca i radar di controllo del tiro incaricati di guidare gli intercettori verso il bersaglio (ifrankivchanyn.com). I nove sistemi tedeschi IRIS-T funzionano contro i missili da crociera, ma non contro una minaccia balistica di questo tipo (Defence Ukraine). Il Patriot non regge queste velocità. Arrow-3, l’unico sistema europeo pensato per questa classe di missili, non raggiungerà la piena capacità prima del 2030 (JNS).
Il SAMP/T NG franco-italiano, sistema terra-aria di nuova generazione, dovrebbe affrontare quest’anno in Ucraina un test operativo contro missili balistici russi (Army Recognition). Resta però da dimostrare che possa gestire le submunizioni dell’Oreshnik.
Putin ha detto che «diversi missili di questo tipo, anche con testate convenzionali, potrebbero avere un effetto devastante paragonabile a un attacco nucleare». L’arma può portare carichi convenzionali, ma nasce per quelli nucleari. Ogni impiego mantiene deliberatamente aperta l’ambiguità. L’Alta rappresentante dell’UE per la politica estera, Kaja Kallas, ha definito il dispiegamento «un avventurismo nucleare irresponsabile» (Ukrainska Pravda).
La retorica si muove, i sistemi d’arma no
La scelta del momento non è casuale. Due giorni prima dell’attacco, il segretario di Stato americano Rubio aveva dichiarato chiusi i negoziati di pace mediati dagli Stati Uniti (EA World View). Pochi giorni prima, la Russia aveva concluso esercitazioni nucleari con 64.000 militari, durante le quali si era simulato il dispiegamento dell’Oreshnik e la gestione di testate nucleari in Bielorussia (Army Recognition).
Il cancelliere Merz ha condannato la «escalation irresponsabile», senza annunciare nuovi impegni militari (Spiegel). La Germania guida la European Sky Shield Initiative, il quadro di acquisti per la difesa aerea che riunisce 23 Paesi, ma l’unico livello capace di contrastare missili balistici a raggio intermedio è Arrow-3, ancora lontano quattro anni. La Francia costruisce un sistema concorrente fuori da quel perimetro, sostenuto da otto Stati partner sotto l’ombrello di deterrenza nucleare europea proposto da Macron (Le Grand Continent). La Polonia, i cui caccia sono appena decollati per difendere il proprio spazio aereo, non partecipa a nessuno dei due programmi.
La ministra degli Esteri ungherese, Orbán Anita, ha definito l’attacco «brutale» e «inaccettabile» (Telex), mentre Budapest ha segnalato di essere pronta a ritirare il blocco, mantenuto per anni, sulle sanzioni al patriarca russo Kirill (Euronews). L’Ungheria continua però a rifiutare l’invio di armi e la firma delle dichiarazioni NATO sul fianco orientale. Le parole sono cambiate; la linea politica no.
La Bulgaria è rimasta in silenzio. Sul governo del premier Radev pesa una minaccia di arbitrato da 3 miliardi di euro avanzata dalla holding svizzera che controlla la raffineria Lukoil in Bulgaria. Sofia resta uno dei quattro Stati membri dell’UE che rifiutano di sostenere un tribunale per i crimini di guerra contro Putin (DW, Debati.bg).
L’Estonia, che destina alla difesa il 5% del PIL, ha dato la lettura più netta. Il ministro degli Esteri Tsahkna ha avvertito che Mosca sta cercando di trascinare l’Europa in «negoziati di pace prematuri», pensati per alleggerire la pressione delle sanzioni più che per chiudere la guerra (ERR). I tre presidenti baltici hanno chiesto alla NATO di sostituire le pattuglie aeree a rotazione con una missione permanente di difesa aerea (President.ee).
I ministri degli Esteri dell’UE si riuniscono questa settimana. La distanza tra la Polonia che fa decollare i caccia davanti a un’arma che non può abbattere e un continente che non avrà un intercettore adeguato prima del 2030 è il dato destinato a pesare su ogni conversazione in quella stanza.
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