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EU_PUBLIC_AFFAIRS04 / 05 · storia del giorno3 min · 864 parole · 51 fonti

Cinque governi puntano sull’Uganda

Scritto dall IAto brief AI · 18 agosto 2026, 02:50
Come è stata scritta

Europe builds the departure gate before securing anywhere to return people.

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il testo · 3 min di lettura

Cinque governi europei stanno presentando il trattamento delle domande d'asilo fuori dall'UE e gli hub per i rimpatri come un unico piano ambizioso per spostare il controllo migratorio oltre il territorio dell'Unione. La politica concreta che stanno costruendo, però, è più stretta, resta vincolata dal diritto e non ha ancora dimostrato di funzionare.

Il ministro dell'Interno austriaco Gerhard Karner e il ministro danese dell'Immigrazione Morten Bødskov si sono incontrati a Vienna la scorsa settimana, descrivendo il lavoro comune come un progetto sostenuto anche da Germania, Paesi Bassi e Grecia (OTS/BMI). Germania e Paesi Bassi portano il peso politico di due fra i maggiori Stati membri dell'UE. La Grecia, frontiera sud-orientale più esposta del blocco, offre alla coalizione una credibilità di prima linea che Vienna e Copenaghen, da sole, non potrebbero rivendicare.

Di cosa discuterà davvero Copenaghen

Il ministero danese ha spiegato che Bødskov riunirà a Copenaghen, il 4 settembre, i ministri dei cinque Paesi per discutere di centri di rimpatrio fuori dall'UE destinati a persone a cui sia già stata negata la protezione e che non abbiano alcun diritto legale a restare (Danish immigration ministry). La stampa danese descrive lo stesso perimetro: centri di partenza per stranieri senza titolo di soggiorno, non un sistema che deleghi a un Paese terzo le decisioni di primo grado sulle domande d'asilo (Copenhagen Post/Ritzau).

L'Uganda è il candidato più avanzato fra i possibili partner, con ricostruzioni di stampa che citano un progetto pilota da 5.000-10.000 persone entro il 2027 (EUobserver, ProtoThema).

La distinzione fra le due politiche non è un dettaglio. Il trattamento offshore delle domande d'asilo significa decidere in territorio straniero chi abbia diritto allo status di rifugiato. Gli hub per i rimpatri intervengono dopo che una persona ha già ricevuto un diniego di protezione e un ordine di lasciare il Paese. Il nuovo regolamento UE sui rimpatri, approvato a giugno dal Parlamento europeo, cioè l'assemblea eletta direttamente dai cittadini dell'Unione, consente agli Stati membri di trasferire persone colpite da una decisione definitiva di rimpatrio verso un Paese terzo consenziente, purché questo rispetti i diritti umani e il principio di non-refoulement, secondo cui uno Stato non può inviare una persona in luoghi dove rischi persecuzioni (European Parliament). Il Parlamento ha aperto la porta, ma ai governi restano da costruire gli accordi con i Paesi ospitanti e il meccanismo di esecuzione. Come abbiamo scritto quando quel voto è passato (To Brief), la norma autorizza l'idea senza risolvere la parte difficile.

La cornice politica usata da Karner confonde questa linea. L'Austria spinge dalla primavera del 2022 per portare le procedure d'asilo fuori dall'Europa e ora riunisce entrambi i binari sotto un'unica etichetta (OTS/BMI). La sovrapposizione fa apparire il progetto più audace di quanto i cinque governi abbiano finora concordato di perseguire.

L'Italia mostra la distanza fra segnale politico e sistema

I centri italiani in Albania sono l'unico tentativo europeo già esistente di creare strutture migratorie esterne. Il ministro dell'Interno Matteo Piantedosi ha sostenuto che nel 2025 abbiano facilitato 100 rimpatri, insistendo sul fatto che, una volta a regime, «diventeranno un modello per l'Europa» (Il Fatto Quotidiano). I tribunali italiani hanno impedito a Roma di usare i centri secondo il disegno iniziale, bloccando le procedure accelerate d'asilo legate alle designazioni di Paese sicuro e costringendo il governo a riconvertire la struttura di Gjadër in centro di trattenimento, non in sito per l'esame delle domande d'asilo (Pagella Politica). Il piano britannico per il Rwanda è caduto per una ragione analoga: la Corte suprema ha stabilito che il sistema d'asilo ruandese creava un rischio concreto che le persone trasferite venissero poi inviate verso Paesi dove avrebbero potuto subire persecuzioni (UK Supreme Court). Cento rimpatri (Il Fatto Quotidiano), a fronte di una retorica continentale, non dimostrano che il modello funzioni. Dimostrano che la politica corre molto più veloce dell'operatività.

Bruxelles non siede al tavolo

La Commissione europea ha chiarito la posizione il 13 agosto: il portavoce Guillaume Mercier ha detto che la Commissione non partecipa alle discussioni sull'Uganda, non è a conoscenza di alcuna proposta concreta e valuterà eventuali «proposte mature» solo quando arriveranno (Commission). La distanza conta, perché il regolamento sui rimpatri offre una base giuridica di principio, non un sistema già funzionante. Non fornisce un accordo con il Paese ospitante, né un modo efficace per consentire alle persone trattenute in Uganda di contestare le decisioni; non garantisce monitoraggio indipendente e non risolve il nodo centrale: se il Paese d'origine di una persona respinta rifiuta di riprenderla, trasferirla in Uganda sposta il trattenimento senza produrre un rimpatrio (CEPS).

Anche l'argomento pubblico più forte della Danimarca a favore degli hub resta politico e deterrente, più che empirico. Gli annunci di agosto hanno insistito sui braccialetti elettronici GPS e su incentivi più duri al rimpatrio, strumenti che operano dentro il territorio danese, non su prove che i centri offshore aumentino i tassi di rientro (Danish immigration ministry). I cinque governi hanno una coalizione politica, non ancora un sistema operativo di rimpatrio. La riunione di Copenaghen servirà a capire se siano in grado di indicare un Paese ospitante, scrivere condizioni applicabili e dimostrare che gli hub risolvano il problema della riammissione che trattiene in Europa chi ha ricevuto un diniego.

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8/18/2026, 1:50:57 AM
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