Emissioni auto, quattro Paesi bloccano il 90%

The legislative table is bolted to the track, halting the industry's high-speed transition.
Composizione immagine · tobriefGermania, Italia, Polonia e Cechia avrebbero raccolto sostegno sufficiente per fermare il compromesso della Commissione europea sulle emissioni delle auto. Se questa geometria reggerà, nessuna versione della proposta potrà passare in Consiglio, dove i governi nazionali votano le leggi dell'UE, senza tenere conto delle loro richieste. Il nodo è quanta flessibilità l'Europa voglia concedere nell'uscita dai motori a combustione, e chi debba pagarne il costo quando il calendario comincia a mordere.
L'aritmetica che blocca il tavolo
In base alla normativa UE in vigore, le auto nuove vendute dopo il 2035 dovranno ridurre del 100% la CO2 allo scarico rispetto ai livelli del 2021, il che equivale di fatto a vietare la vendita di nuovi modelli a benzina e diesel (EUR-Lex). La Commissione ha proposto di riaprire quel target, abbassandolo al 90%, così da lasciare uno spazio limitato alle vetture alimentate con carburanti sintetici o rinnovabili (Reuters/MarketScreener, EUobserver).
Alla riunione dei ministri dell'ambiente del 25 giugno, Germania e Italia hanno fatto capire che persino il 90% sarebbe troppo restrittivo, secondo Bloomberg e RMF.
La maggior parte della legislazione europea passa con voto a maggioranza qualificata: servono almeno 15 governi su 27, rappresentativi del 65% della popolazione dell'UE, perché un testo venga approvato (Council). Per bloccarlo, gli oppositori devono riunire quattro Stati che rappresentino oltre il 35% dei cittadini. Germania, Italia e Cechia hanno il peso demografico, ma sono solo tre governi. La Polonia fornisce il quarto e porta il gruppo intorno al 42%, ben sopra entrambe le soglie (Eurostat, RMF).
Una minoranza di blocco non scrive una legge alternativa. Costringe però l'altra parte a trattare.
Quattro capitali, quattro richieste diverse
Il fronte della flessibilità concorda sulla direzione, ma non sui dettagli. Berlino vuole più tempo, il riconoscimento degli e-fuels, i carburanti sintetici prodotti con CO2 catturata ed elettricità rinnovabile, e una tutela per le ibride plug-in. L'Italia spinge sui biocarburanti e sulla «neutralità tecnologica», cioè sull'idea che il regolatore debba fissare un tetto alle emissioni senza prescrivere quale tipo di motore consenta di rispettarlo. Il peso di Roma nasce anche da un settore auto che nel 2024 ha prodotto 591.000 veicoli, contro 1,74 milioni nel 2000 (OICA). La Cechia, la cui economia passa in larga parte dalla filiera di Škoda, chiede regole meno dure prima del 2030, così da evitare multe pesanti durante la transizione. La Polonia la presenta come una questione di equità: chi sostiene il costo, e con quali tempi.
Le auto elettriche vendono. In Italia la quota delle ricaricabili è arrivata al 16,7% delle nuove immatricolazioni all'inizio del 2026, contro una media europea del 31,6% (Repubblica). I quattro Paesi non negano la transizione; sostengono che lavoratori e fornitori abbiano bisogno di strumenti più flessibili per attraversarla senza esserne travolti.
Il fronte rigorista e l'ambiguità francese
All'inizio di giugno sette Paesi, tra cui Danimarca, Francia, Paesi Bassi, Spagna e Svezia, hanno avvertito Bruxelles di non indebolire le regole, sostenendo che un arretramento spaventerebbe gli investitori già impegnati in fabbriche di veicoli elettrici e batterie (Euronews). Il commissario al Clima Wopke Hoekstra ha ribadito il punto al Consiglio del 25 giugno, definendo «spectacular» la crescita delle vendite di auto elettriche (Economic Times/Reuters).
La Svezia riassume la logica del fronte rigorista: con una quota di elettriche superiore al 40% nelle nuove immatricolazioni e un costo al chilometro dell'elettrico pari a circa la metà del diesel, Stoccolma ha costruito l'infrastruttura sulle regole attuali (Energimyndigheten, Nordea). Ammorbidire il target significherebbe spostare i costi verso chi si è mosso prima.
La Francia resta l'ambiguità decisiva. Parigi ha firmato la lettera dei sette, ma ha anche diffuso una dichiarazione congiunta con Roma in cui insiste su occupazione e necessità europea di non imporre una sola tecnologia motoristica (Adnkronos). La Francia sostiene la direzione del 2035, chiedendo al tempo stesso protezione per una filiera automobilistica in difficoltà. Resta da vedere se questa posizione reggerà al voto finale.
La stessa formazione a quattro poggia su ricostruzioni diplomatiche, non su un voto nominale pubblicato (Bloomberg). Il testo della Commissione non è ancora definitivo e le richieste dei quattro divergono: la spinta tedesca sui carburanti sintetici serve fabbriche diverse rispetto alla scommessa italiana sui biocarburanti o alla richiesta ceca di alleggerire le sanzioni. Costruttori, fornitori e investitori nelle batterie, in tutti i 27 Paesi, leggono questa partita cercando una risposta sola: potranno programmare investimenti intorno a una regola stabile, oppure no?
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