Hormuz scende a 12 passaggi

Commercial confidence in the Strait crumbles as the weight of risk overtakes the infrastructure of trade.
Composizione immagine · tobriefI passaggi delle navi mercantili nello Stretto di Hormuz sono calati da 29 sabato a 12 domenica, dopo nuovi attacchi contro imbarcazioni nel corridoio stretto fra Iran e Oman (Punch, WSJ). Da qui passa circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto scambiati nel mondo (CNN). Le navi continuano a transitare, ma sul piano commerciale il corridoio resta molto instabile: prima del fine settimana la media a cinque giorni era appena al 27% del livello precedente alla crisi, pari a circa 110 passaggi quotidiani (PortNews).
Per ora non è una carenza fisica immediata, ma uno shock di prezzi e fiducia. L’Europa lo sta già sentendo.
Noli e assicurazioni salgono per primi
La catena dei costi che parte da Hormuz e arriva alle fabbriche europee è corta. Meno attraversamenti sicuri significano meno armatori disposti a partire, e questo fa salire in pochi giorni noli e assicurazioni. Le tariffe per il noleggio delle petroliere sulle rotte del Golfo sono balzate a circa 190.500 dollari al giorno, dai 106.500 della settimana precedente, con alcuni carichi arrivati quasi a 470.000 dollari al giorno (Indian Express). L’assicurazione contro il rischio di guerra, il premio aggiuntivo che gli armatori pagano per navigare in una zona di conflitto, è intorno al 3% del valore della nave: meno del 5% toccato al picco, ma ancora dodici volte lo 0,25% circa applicato prima del conflitto (IndexBox). Più di 1.000 navi restano bloccate nel Golfo in attesa di un passaggio sicuro (n-tv).
Quei costi più alti colpiscono petrolio, gas e prodotti chimici nel momento in cui si prenotano le spedizioni. I produttori europei si trovano così davanti a input più cari: alcuni li trasferiscono ai clienti, altri assorbono il colpo e tagliano gli investimenti.
La BCE, la Banca centrale europea che fissa i tassi per i 20 Paesi dell’eurozona, stima che questo shock energetico possa ridurre la crescita dell’area euro di 0,4 punti percentuali e ha portato il tasso sui depositi al 2,25% (ECB, Boursorama/Reuters). Il timore di Francoforte è che imprese e famiglie comincino ad aspettarsi prezzi stabilmente più alti, trasformando un’interruzione dell’offerta in inflazione persistente.
Le fabbriche italiane lo sentono per prime
L’Italia offre il segnale più concreto del disagio industriale. Le acciaierie di Brescia valutano di spegnere i forni nelle ore di picco dei prezzi elettrici. Un’indagine locale tra le imprese ha rilevato che il 64% delle aziende subisce rincari delle materie prime, mentre le spedizioni deviate accumulano fino a 18 giorni di ritardo (Giornale di Brescia). Confartigianato segnala, dall’inizio della crisi, un aumento del gas del 38% e dell’elettricità dell’11% (Confartigianato).
La Polonia affronta un problema meno immediato, ma insidioso, attraverso i fertilizzanti. I prezzi interni dell’urea restano elevati e, poiché i fertilizzanti possono pesare fino alla metà dei costi agricoli, l’inflazione alimentare diventa un canale ritardato ma reale (Top Agrar). Nei Paesi Bassi il TTF, principale parametro europeo per il gas con consegna nel mese successivo, è sceso intorno a 41,68 euro per megawattora dopo la ripresa di alcuni movimenti di metaniere GNL (Baird Maritime). Gli analisti olandesi considerano però fragile questo sollievo finché noli e assicurazioni restano alti.
Guadagnano gli armatori e i broker che incassano tariffe di noleggio gonfiate. Guadagnano gli assicuratori che ricalibrano le coperture contro il rischio di guerra. Pagano il conto i produttori ad alta intensità energetica, le piccole imprese senza coperture di prezzo acquistate in anticipo e, alla fine, i consumatori, man mano che l’aumento risale le catene di fornitura.
Il numero delle navi non dice tutto
C’è però un’avvertenza importante: il conteggio delle navi non equivale al tonnellaggio. Tre grandi petroliere hanno trasportato da sole 4,1 milioni di barili fuori dal Golfo in un solo giorno, il che significa che poche unità cariche possono pesare più di decine di navi piccole o vuote (New Indian Express). UBS prevede che quasi l’80% dell’offerta petrolifera interrotta torni entro tre mesi, mentre le alternative via oleodotto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti potrebbero aggirare del tutto lo stretto per una parte dei flussi (CNN).
La prova arriverà nella prossima settimana. Se le medie a sette giorni dei passaggi risaliranno e i premi per il rischio di guerra continueranno a scendere, il calo del fine settimana resterà un allarme. Se invece il numero delle navi resterà volatile e i compratori industriali segnaleranno input in ritardo o rinegoziati al rialzo, l’Europa non avrà una storia di scarsità da raccontare: avrà una storia di costi che fabbriche e banchieri centrali non potranno ignorare.
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