Irlanda: €1.622tn, tagli ai programmi UE condivisi

Europe protects regional funds while cities fight to keep their say.
Composizione immagine · tobriefL’Irlanda propone che l’UE spenda fino a 1.622 miliardi di euro nel periodo 2028–2034, a prezzi 2025: 141 miliardi in meno rispetto alla richiesta della Commissione europea (Council negotiating box). La bozza tutela le risorse che ciascun paese riceve per agricoltura e regioni e concentra i tagli più profondi sui programmi gestiti congiuntamente a livello europeo. I governi che chiedono un bilancio più contenuto continuano a opporsi. Dall’esito dei negoziati dipenderà come l’Europa finanzierà agricoltura, regioni più povere, ricerca e difesa fino alla metà degli anni Trenta.
L’Irlanda guida i negoziati tra i governi perché detiene la presidenza di turno del Consiglio. Il suo «documento negoziale» è una base per trovare un accordo, ma non vincola nessuno. Il bilancio pluriennale che delinea fissa i massimali annuali di spesa; entro quei limiti, i bilanci annuali stabiliscono quanto verrà effettivamente impegnato e pagato (Treaty Article 312).
Dove finiscono i tagli
La presidenza irlandese sostiene che la bozza protegga i fondi per agricoltura, regioni e pesca chiesti dalla maggior parte dei governi, lasciando al tempo stesso spazio alle nuove priorità (Irish presidency). I numeri confermano la prima parte dell’affermazione: rispetto al piano della Commissione, la voce per ricerca, industria e difesa scende del 12,8%, mentre quella che riunisce i pagamenti agricoli e i fondi di coesione, destinati a ridurre i divari tra le regioni, cala appena del 3,4% (Council annex).
La scelta risponde alla richiesta avanzata da diciassette leader, che avevano chiesto di tutelare agricoltura e coesione (Politico). Il livello minimo garantito per il sostegno al reddito degli agricoltori resta pressoché intatto, a circa 261 miliardi di euro (Council annex). L’accordo è ancora lontano, ma le priorità della bozza sono già chiare.
Sei governi chiedevano un compromesso diverso. Ad agosto, Germania, Paesi Bassi, Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia hanno sollecitato un bilancio molto più contenuto, da finanziare spostando risorse già disponibili verso difesa e competitività (joint declaration). Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha dichiarato che l’entità della proposta irlandese non può costituire una base per l’accordo (Tagesschau). Anche il ministro delle Finanze danese Peter Hummelgaard ha contestato le priorità: a suo giudizio, agricoltura e regioni pagano poco, mentre il conto ricade su competitività e sicurezza (Politiken).
Chi può bloccare l’accordo e chi può solo influire
I principali negoziatori del Parlamento europeo hanno respinto la bozza per la ragione opposta: a loro avviso, una volta conteggiati l’inflazione e i rimborsi del debito, il bilancio avrebbe un potere d’acquisto inferiore a quello attuale (European Parliament). Il totale comprende 149 miliardi e 296 milioni di euro per rimborsare il debito contratto congiuntamente dall’UE per la ripresa dalla pandemia, risorse che non finanziano nuovi progetti (Council annex). La cifra, da sola, non dimostra che il confronto del Parlamento sia corretto, ma fa apparire maggiore la capacità di spesa dell’UE per nuovi progetti.
I poteri sono distribuiti in modo asimmetrico: ciascun governo può porre il veto sull’accordo finale, mentre il Parlamento non può modificarlo, anche se può negare il proprio consenso (Treaty Article 312). I leader discuteranno la bozza irlandese al vertice del 15–16 ottobre, che può orientare i negoziati ma non deciderà nulla (European Council).
Le città chiedono voce, non solo fondi
I sindaci delle capitali segnalano un rischio distinto: chiedono ai leader di chiarire l’impatto dei tagli sulle città prima di fissare il totale e di coinvolgere le amministrazioni locali nella progettazione e nella gestione dei programmi europei (EUNews). La loro lettera, precedente alla bozza irlandese, contestava la spinta dei sei governi a tagliare la spesa. L’ha firmata anche il sindaco dell’Aia, benché il governo olandese faccia parte del gruppo dei sei.
Oggi ogni paese deve destinare almeno l’8% del proprio Fondo europeo di sviluppo regionale a progetti urbani, scelti anche con il contributo delle amministrazioni cittadine (ERDF regulation). La Commissione vuole riunire fondi di questo tipo in un unico piano di partenariato per ciascun paese, predisposto dal governo nazionale. A febbraio, mesi prima della bozza irlandese, il servizio di ricerca del Parlamento europeo ha esaminato quelle proposte senza trovare misure che sostituissero la quota minima per le città (EPRS briefing). Le città temono che i fondi regionali restino nel piano nazionale, mentre la quota garantita e il loro ruolo nella scelta dei progetti scompaiano senza clamore.
I sindaci non hanno diritto di veto né possono votare sul consenso. La loro influenza passa per gli eurodeputati e i ministri nazionali che scriveranno insieme le leggi sui singoli fondi, come hanno fatto per le attuali regole sui fondi regionali. La bozza irlandese tutela le assegnazioni nazionali tagliando i programmi comuni, ma non ha ancora convinto i governi che possono bloccarla. Spetterà ai legislatori che definiranno le regole dei piani di partenariato decidere se le città manterranno una quota garantita; la bozza irlandese non può stabilirlo.
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