Italia, 50 richieste e tre arrivi

Europe assigns responsibility, but the people remain where they are.
Composizione immagine · tobriefNelle prime tre settimane dall’entrata in vigore delle nuove regole europee sull’asilo, il 12 giugno, otto Paesi dell’UE hanno presentato richieste di trasferimento verso l’Italia. Roma le ha respinte tutte. Due mesi dopo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto ad ANSA che dall’avvio del patto sono arrivate circa 50 richieste, ma che solo tre persone hanno effettivamente messo piede in Italia. La distanza tra una decisione scritta e una persona che scende da un autobus era precisamente ciò che il Patto europeo su migrazione e asilo prometteva di ridurre. I primi dati indicano che non ci sia riuscito.
Le richieste aumentano, gli arrivi no
La prima valutazione della Commissione europea, relativa al periodo tra il 12 giugno e il 7 luglio, ha registrato 12 casi di trasferimento da otto Stati membri, tutti respinti da Roma. L’intervista di Piantedosi del 21 agosto aggiorna il quadro: circa 50 richieste in entrata, tre arrivi effettivi.
L’Austria è l’unico Paese che rivendichi trasferimenti già completati in termini concreti. Media austriaci e italiani, citando il ministero dell’Interno di Vienna, hanno riferito di quattro richiedenti asilo trasferiti fisicamente in Italia in autobus o in treno dopo il 12 giugno (ORF, Il Sole 24 Ore). Ma i quattro trasferimenti austriaci si conciliano male con i tre arrivi indicati da Piantedosi. Nessuno ha pubblicato dati caso per caso, e né Roma né Vienna hanno chiarito la discrepanza.
Lo stesso scarto si vede nel resto d’Europa. I dati Eurostat mostrano che nel 2025 le 111.708 richieste in uscita presentate nell’ambito del vecchio sistema di Dublino, cioè le precedenti regole europee che in linea generale attribuivano la competenza per una domanda d’asilo al primo Paese di ingresso, hanno prodotto appena 16.620 trasferimenti effettivi. L’Italia, da sola, ricevette quell’anno 24.152 richieste in entrata. Le nuove norme del patto dovevano restringere quel divario, grazie a strumenti probatori migliori e criteri di responsabilità più chiari. Il collo di bottiglia, però, non è mai stato l’identificazione. È sempre stato il trasferimento materiale.
Perché il ritardo è l’arma decisiva
Secondo la giurisprudenza dell’UE, se un trasferimento non avviene entro sei mesi, la responsabilità torna allo Stato che lo ha richiesto (Regolamento 604/2013, art. 29). All’Italia non serve vincere una disputa giuridica. Le basta lasciar correre il tempo.
La Commissione ha detto chiaramente che uno Stato destinatario non può limitarsi a rifiutare un trasferimento: deve proporre una data alternativa. Bruxelles, però, non ha il potere operativo di far salire qualcuno su un aereo diretto a Roma. Lo strumento di enforcement resta la procedura d’infrazione, un percorso legale lento che può arrivare, alla fine, a una sentenza e a sanzioni. È una minaccia che si misura in anni, non in settimane. Di fronte a un termine di sei mesi, parte già in svantaggio.
Lo scontro tra Berlino e Roma mostra bene il meccanismo. Quando la Germania ha tentato di trasferire tre richiedenti asilo il 19 agosto, il Viminale ha sostenuto che i casi fossero precedenti all’entrata in vigore del patto, il 12 giugno, e rientrassero in un’intesa bilaterale di fine 2025 per azzerare il pregresso (Adnkronos, Tagesschau). La Germania contesta questa lettura. La zona grigia tra i vecchi fascicoli Dublino e i nuovi casi del patto è esattamente il terreno su cui i due governi si stanno misurando, senza che né il diritto europeo né l’accordo bilaterale traccino un confine netto.
Come abbiamo raccontato, la scorsa settimana il vicepremier Matteo Salvini ha detto che l’Italia non accetterà rimpatri dalla Germania finché le navi delle Ong tedesche continueranno a portare nei porti italiani i migranti soccorsi in mare. È un nesso che mette insieme obblighi giuridici distinti, ma politicamente funziona: trasforma una questione procedurale in un argomento di sovranità, spendibile sul piano interno.
Il problema dell’esecuzione riguarda tutta l’Europa
La Finlandia ha confermato di stare preparando trasferimenti individuali verso l’Italia, ma al 21 agosto non ne ha completato nessuno (HS). I Paesi Bassi hanno concordato con Roma un approccio di azzeramento del pregresso, limitato ai soli casi successivi al 12 giugno, ma nessuna fonte olandese conferma che un trasferimento sia già avvenuto (NOS).
Anche l’Irlanda fa pressione su Roma insieme agli Stati del Nord, ma i numeri irlandesi indeboliscono la posizione. The Irish Times ha riferito di appena 19 trasferimenti effettivi a fronte di 1.037 decisioni di trasferimento tra il 2021 e il 2025. Eurostat ha registrato zero trasferimenti Dublino in uscita dall’Irlanda nel 2025. Anche gli Stati che chiedono all’Italia di rispettare le regole faticano a trasformare le proprie decisioni in movimenti reali.
Il patto ha dato all’Europa strumenti migliori per stabilire quale Paese debba occuparsi di una domanda d’asilo: una banca dati delle impronte digitali più ampia (recast Eurodac), criteri più chiari per attribuire la competenza, norme più robuste sui movimenti secondari. Nessuno di questi strumenti, però, consente di imporre un trasferimento quando lo Stato destinatario prende tempo. Il patto ha migliorato l’assegnazione delle responsabilità. L’esecuzione resta nelle mani dei governi nazionali, che possono non avere alcuna intenzione di cooperare. La Commissione deve dire se aprirà una procedura d’infrazione contro l’Italia. Finché non lo farà, Roma sta verificando se la precisione delle regole conti davvero quando un governo si limita a non muovere le persone.
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