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EU_PUBLIC_AFFAIRS12 / 18 · storia del giorno3 min · 780 parole · 26 fonti

Kyiv colpisce le petroliere ombra russe

Scritto dall IAto brief AI · 13 luglio 2026, 02:50
Come è stata scritta

Ukraine’s drone strikes impose a physical reality where European maritime law runs out.

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il testo · 3 min di lettura

I droni ucraini hanno colpito una flottiglia di petroliere russe nel Mar d’Azov. Secondo Kyiv, l’operazione avrebbe raggiunto in una sola notte fra otto e dodici petroliere, traghetti e depositi di carburante (Digi24, SVT). L’entità dei danni non è verificata. Il bersaglio, però, è evidente: la “flotta ombra” russa, fatta di vecchie navi cisterna dalla proprietà opaca, che continua a far uscire il greggio russo nonostante le sanzioni occidentali.

Da due anni l’Europa prova a stringere il cappio attorno a questa flotta con norme, regole assicurative e controlli nei porti. L’Ucraina sta verificando se la stessa rete possa diventare anche fisicamente rischiosa da usare.

Una base di esportazione parallela

La flotta ombra russa è una macchina logistica costruita per aggirare le sanzioni: petroliere anziane, società di comodo, Stati di bandiera permissivi, assicurazioni non occidentali e documenti pensati per rendere difficile capire chi possieda cosa. CREA, il centro di ricerca sull’energia, ha contato 157 petroliere ombra tra le 405 navi che nel giugno 2026 hanno esportato greggio e prodotti petroliferi russi (CREA). Secondo S&P Global, le petroliere fuori dalla proprietà, dalle bandiere o dalle assicurazioni del G7, cioè dai canali di servizio su cui le sanzioni occidentali possono davvero incidere, hanno trasportato il 65,6% delle esportazioni russe di greggio (S&P Global). Le dimensioni del fenomeno ne fanno ormai una base di esportazione parallela.

Il price cap del G7, che consente l’uso di servizi marittimi occidentali per il petrolio russo venduto sotto una certa soglia, avrebbe dovuto mantenere il greggio in circolazione riducendo le entrate di Mosca. La Russia ha invece costruito una flotta capace di evitare del tutto i servizi occidentali, rendendo il tetto poco rilevante per gran parte delle esportazioni via mare.

I porti mordono, il mare aperto no

La capacità europea di far rispettare le regole è massima dove le navi hanno bisogno di qualcosa: un attracco, una copertura assicurativa, un’ispezione di sicurezza. Il controllo dello Stato di approdo consente alle autorità di negare l’accesso, verificare i documenti e fermare le imbarcazioni (Paris MoU, European Commission). Il Regno Unito è salito a bordo della petroliera Smyrtos; la Francia ha trattenuto Tagor e Deliver per irregolarità legate alla falsa bandiera (CREA). Le navi sanzionate stanno cercando in fretta nuove registrazioni prima di entrare nelle acque europee (Lloyd's List).

In mare aperto, il rapporto di forza si rovescia. In base all’UNCLOS, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, una nave straniera battente bandiera ricade sotto la giurisdizione dello Stato di bandiera. Le navi militari possono salire a bordo solo in casi circoscritti: pirateria, assenza di nazionalità, falsa registrazione (UNCLOS). Non esiste un diritto generale a fermare in mare una petroliera che trasporti greggio russo. È proprio in questo vuoto giurisdizionale che si inseriscono gli attacchi ucraini: introducono un rischio fisico dove il diritto europeo si ferma.

Chi spinge, chi guadagna, chi tace

La Svezia chiede più inserimenti nelle liste delle sanzioni, divieti portuali, pressione sulle assicurazioni e monitoraggio nel Baltico. Tutto questo richiede un accordo nel Consiglio dell’UE, dove i governi degli Stati membri decidono le sanzioni all’unanimità e quindi un solo Paese può bloccare il pacchetto (Council of the EU, TV4). Robert Fico, in Slovacchia, sostiene la tesi opposta: sanzioni più dure metterebbero a rischio la sicurezza energetica. Un commento indipendente slovacco ha definito questa posizione «calcolata, egoistica e strategicamente dannosa» per la credibilità del Paese (Aktuality). La possibilità che Fico rallenti il prossimo pacchetto dipenderà dalla capacità di trovare alleati disposti a rompere il consenso.

Il caso più delicato è la Grecia. Le flotte di proprietà greca dominano il mercato mondiale delle petroliere e il price cap ha preservato canali legali per quel traffico. Media greci che citano il Financial Times hanno riferito che gli armatori greci avrebbero guadagnato circa 4 miliardi di euro dal trasporto di petrolio russo in tre anni (Newsbomb, Cretalive). Atene non ha espresso una posizione pubblica sugli attacchi che minacciano quel commercio.

Gli attacchi alle petroliere rientrano in una campagna più ampia. Secondo una stima di S&P Global, entro la fine di giugno i droni ucraini avevano messo fuori uso il 37% della capacità di raffinazione russa, spingendo la lavorazione del greggio ai livelli più bassi dall’aprile 2009 (S&P Global). Le raffinerie bruciano, le petroliere cambiano rotta, le navi sanzionate cercano nuove bandiere e i porti fermano quelle con documenti deboli. La pressione arriva ormai da entrambi i lati del sistema: l’Europa sui colli di bottiglia giuridici, l’Ucraina su quelli fisici. Nessuna delle due, da sola, ha chiuso la flotta ombra. Resta da capire se le capitali europee considereranno gli attacchi ucraini un complemento utile alle sanzioni o una campagna che non controllano e che non hanno chiesto.

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7/13/2026, 2:43:00 AM
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