Il governo lettone cade dopo che le regole NATO impediscono di abbattere droni al confine

The rules of engagement remain perfectly intact as the government collapses underneath them.
Composizione immagine · tobriefNella notte del 7 maggio, caccia francesi impegnati nel pattugliamento dello spazio aereo baltico hanno individuato un drone sopra Rēzekne, città lettone a 40 chilometri dal confine russo. Lo hanno seguito a vista. Avevano armi a bordo. Non hanno sparato. Il motivo, reso noto alcuni giorni dopo dalla televisione lettone, è che «i criteri di ingaggio non erano soddisfatti». Nel giro di una settimana si è dimesso il ministro della Difesa lettone, poi il premier, e il governo è caduto (Le Monde, Breaking Defense).
Il mancato intervento non è stato un errore del sistema: è stato il sistema che ha funzionato esattamente come previsto, di fronte però a una minaccia per la quale non era stato pensato.
Quattro nodi, nessun grilletto
Il Baltic Air Policing della NATO passa attraverso una catena di comando con quattro attori, ciascuno titolare di una parte dell’autorità. Il Consiglio Nord Atlantico, dove serve il consenso di tutti i 32 alleati, fissa le regole di ingaggio. Il SACEUR, il comandante supremo alleato in Europa, sempre un generale americano, le traduce in ordini operativi. Il CAOC di Uedem, centro di comando attivo 24 ore su 24 in Germania, dispone il decollo d’emergenza. E il Paese che fornisce i velivoli, in questo caso la Francia, conserva attraverso la propria catena militare un veto nazionale separato sull’uso delle armi (NATO, Defence Matters).
La Lettonia non può ordinare a un pilota NATO di aprire il fuoco. Non dispone di aerei da combattimento. Mette a disposizione piste e infrastrutture radar, ma il dito sul grilletto resta a Parigi, passa da Uedem ed è vincolato da regole scritte a Bruxelles. Lo stesso ambasciatore lettone presso la NATO ha riconosciuto che i droni entrati nello spazio aereo lettone sono «prima di tutto» una responsabilità della Lettonia, benché Riga non abbia gli strumenti per esercitarla davvero (LRT).
Le regole richiedono identificazione visiva, certezza che i detriti non colpiscano civili e una valutazione di proporzionalità. Per un drone lento che attraversa a 200 metri una città abitata alle tre del mattino, quei criteri rischiano di essere, nella pratica, impossibili da soddisfare prima che il velivolo colpisca qualcosa.
La scorciatoia bilaterale
Di fronte ai tempi del consenso NATO, i Paesi del fianco orientale stanno costruendo canali bilaterali con l’Ucraina, cioè con lo Stato che oggi possiede la maggiore esperienza reale nella guerra dei droni. Al vertice dei Bucharest Nine del 13 maggio, la Lituania ha firmato un accordo completo sui droni con Kyiv, che prevede la produzione congiunta di quattro classi di velivoli senza pilota sul territorio lituano (Euromaidan Press). Polonia ed Estonia stanno sviluppando insieme il missile anti-drone Mark 1, con le fabbriche polacche pronte alla produzione di massa e test in combattimento già in corso in Ucraina (Army Recognition).
Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha avallato questa logica nello stesso vertice: «Non possiamo continuare ad abbattere droni da 20.000 dollari con missili da 3 o 4 milioni... l’Ucraina può avere un ruolo importante qui» (NATO). La Finlandia, limitata dalla legge nazionale che le impedisce di sparare in direzione del confine russo, sta accelerando su un binario separato la cooperazione con Kyiv per la produzione di droni (YLE).
L’Unione europea procede intanto su una pista parallela. Il 5 maggio la Commissione europea ha aperto la call per i membri fondatori di una EU-Ukraine Drone Alliance, con scadenza fissata al 25 maggio (European Commission). Francia e Germania, però, resistono all’idea di dare a Bruxelles un ruolo di coordinamento nella difesa, preferendo la NATO o formati più ristretti sui quali possano pesare di più (Lowy Institute). Oggi convivono tre binari istituzionali concorrenti: NATO, Unione europea e accordi bilaterali. Nessuno, per ora, garantisce una copertura integrata.
Una falla disegnata dalla geografia
Il risultato è un’alleanza a due velocità. I Paesi che dispongono di forze aeree proprie, come Polonia e Finlandia, possono agire su base nazionale quando i droni varcano il confine. La Polonia ha già abbattuto almeno tre droni russi sul proprio territorio. I Paesi privi di una capacità aerea autonoma, come Lettonia, Estonia e Lituania, restano invece dentro una catena di comando NATO vincolata al consenso, che il 7 maggio si è rivelata troppo lenta per una minaccia misurata in minuti.
Il 15 maggio un nuovo allarme droni ha interessato la Lettonia orientale. I jet NATO sono decollati ancora una volta. La falla emersa il 7 maggio resta aperta (LSM). I droni continuano ad arrivare, mentre l’alleanza costruita per dissuadere un attacco armato non ha ancora deciso come comportarsi davanti a un velivolo senza pilota, economico e a bassa quota, che sorvola di notte la città di uno Stato membro. La spinta bilaterale potrà forse colmare il vuoto. Per ora, i Paesi più esposti sono anche quelli con minore autorità per proteggersi.
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