Mosca prepara il ricorso contro i Baltici

Russia’s legal strategy transforms the international court into a permanent frontier of political pressure.
Composizione immagine · tobriefIl lawfare consiste nell’usare le istituzioni giuridiche per ottenere risultati strategici che i tribunali non sono nati per produrre. Uno Stato non avvia un procedimento per arrivare davvero a una sentenza, ma per costringere l’avversario sulla difensiva, produrre titoli sui giornali e dare veste legale a una campagna politica.
È esattamente ciò che la Russia si prepara a fare contro Estonia, Lettonia e Lituania. Mosca intende portare i tre Paesi davanti alla Corte internazionale di giustizia, il principale tribunale dell’ONU per le controversie tra Stati, accusandoli di discriminare sistematicamente le minoranze russe in base alla CERD, la Convenzione internazionale sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale. Secondo l’elenco dei casi pendenti della Corte, non risulta ancora depositata alcuna domanda. Ma un’inchiesta congiunta baltica ha ricostruito che il ministero degli Esteri russo ha incaricato lo studio legale moscovita Monastyrsky, Zyuba, Stepanov & Partners di preparare il ricorso, con l’aiuto di «esperti baltici» designati (Lrytas). La preparazione appare metodica. Il merito della causa, invece, sembra fragile. Proprio per questo il caso conta già prima di arrivare in aula.
La porta giuridica che Mosca cerca di aprire
L’articolo 22 della CERD consente agli Stati di deferire alla Corte internazionale di giustizia le controversie sulla discriminazione, ma solo dopo che i negoziati siano falliti (CERD text). Dal 2022 la Russia sta costruendo proprio questa premessa procedurale: note diplomatiche alla Lituania nel novembre 2022, comunicazioni analoghe a Lettonia ed Estonia, nuovi scambi nel 2024 e nel 2025, fino all’ultima nota inviata a Vilnius nel gennaio 2026 (LRT). Grigory Lukyantsev, funzionario russo per i diritti umani, sostiene che i Paesi baltici abbiano risposto in modo sprezzante, presentando il loro silenzio come prova del fatto che i colloqui siano stati tentati e siano falliti (Daily Beirut).
La giurisprudenza mostra che questo passaggio non è ornamentale. In Georgia contro Russia, nel 2011, la Corte respinse un ricorso fondato sulla CERD perché prima del deposito non si erano svolti i negoziati richiesti (ICJ, Case 140). Mosca sembra aver studiato quella decisione con molta attenzione.
Politiche reali, persecuzione costruita
Mosca non deve inventare ogni elemento. La Lettonia mantiene uno status post-sovietico di «non cittadino» che riguarda soprattutto russofoni, norme di soggiorno che possono collegare la residenza permanente alla conoscenza della lingua lettone e un sistema scolastico centrato sul lettone come lingua d’insegnamento (Re:Baltica, Latvian Education Law). I governi baltici descrivono queste misure come politiche di integrazione e tutela della lingua dello Stato, non come persecuzione etnica. Ma sono abbastanza leggibili, sul piano internazionale, perché la Russia possa riconfezionarle come discriminazione.
L’accusa più drammatica di Mosca è che i Paesi baltici stiano preparando deportazioni di massa di russofoni. Tutti e tre i governi lo negano categoricamente, e non esistono prove indipendenti a sostegno dell’affermazione (Euronews, LRT). Gli Stati baltici hanno convocato gli ambasciatori russi per quelle che hanno definito accuse fabbricate sulle deportazioni e hanno portato la questione, nel marzo 2026, al Consiglio Affari esteri dell’UE, dove i ministri degli Esteri coordinano la linea politica. L’Alta rappresentante Kaja Kallas ha espresso solidarietà (Euronews).
L’Europa lo legge come sicurezza, non come diritto
Gli Stati di frontiera considerano la minaccia di un ricorso alla Corte come uno strumento dentro una campagna di pressione più ampia. La Finlandia colloca l’iniziativa legale contro i Baltici accanto alle provocazioni di confine, alla disinformazione e all’intimidazione militare (Yle). Il Parlamento europeo ha condannato le provocazioni russe in Finlandia, nei Paesi baltici e in Romania come parte di un modello ricorrente di intimidazione (STTInfo). Il messaggio è coerente: lungo il fianco orientale dell’UE, i governi leggono la minaccia giudiziaria come un’arma politica, non come una controversia giuridica ordinaria.
Questa lettura orienta la risposta pubblica dell’Unione, ma la rende anche più difficile. Respingere in blocco la causa di Mosca rischia di far sembrare che ogni denuncia sui diritti delle minoranze sia automaticamente in malafede. Entrare nel merito giuridico, al contrario, rischia di dare credibilità a un procedimento pensato per i titoli, più che per ottenere rimedi.
Ciò che la Corte non può dare
Anche se la Russia superasse tutti gli ostacoli procedurali, i rimedi della Corte resterebbero limitati: dichiarazioni secondo cui determinate misure violano la convenzione, ordini di cessarle, forse misure cautelari temporanee. La Corte non può riscrivere la politica di sicurezza dei Paesi baltici (ICJ, Case 166). Resta inoltre da verificare se una delle parti abbia formulato riserve all’articolo 22 della CERD tali da bloccare del tutto la giurisdizione (UN Treaty Collection).
L’esito in aula è secondario rispetto alla strategia. Anche senza un ricorso formalmente depositato, la Russia ha già spostato il terreno del confronto: dalla sicurezza baltica alla difesa dei diritti delle minoranze, costringendo tre Stati dell’UE a rispondere a un’accusa costruita a Mosca.
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- 7/15/2026, 2:40:43 AM
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