Il Pentagono taglia i rinforzi NATO

The classified math of NATO's Atlantic bridge meets the cold reality of withdrawal.
Composizione immagine · tobriefMentre l’attenzione pubblica segue il rimescolamento delle truppe americane in Europa voluto da Trump, lo spostamento più pesante avviene nelle sale riservate dei briefing militari. Gli Stati Uniti stanno riducendo gli impegni verso il sistema di mobilitazione bellica della NATO, senza che alcun organo democratico abbia il potere di esaminare quei tagli.
Il 22 maggio Alex Velez-Green, vice del capo della politica del Pentagono Elbridge Colby, ha comunicato ai funzionari della difesa alleati riuniti a Bruxelles che Washington intende «ridurre in modo significativo» il contributo al NATO Force Model, il sistema a livelli con cui l’Alleanza richiama rapidamente truppe in caso di crisi (Military Times, Defense News). Il segretario generale della NATO, Mark Rutte, ha confermato l’annuncio, precisando però di non essere «autorizzato a divulgare» i dettagli (Stars and Stripes).
Adottato tra il 2022 e il 2023, il Force Model assegna in anticipo forze nazionali ai piani di difesa su tre livelli: circa 100.000 soldati entro 10 giorni, 200.000 entro 30 giorni e 500.000 entro sei mesi. I rinforzi americani del terzo livello, cioè le formazioni che attraverserebbero l’Atlantico in una guerra prolungata, sono l’architrave del sistema. Senza quelle unità, i piani di difesa del fianco orientale rischiano di trasformarsi in «finzione diplomatica» (CSIS).
Il vuoto di controllo
La legge sul bilancio della difesa per il 2026 vieta al Pentagono di portare le forze americane in Europa sotto quota 76.000 senza una certificazione al Congresso (Washington Examiner). Quel limite riguarda però i militari fisicamente schierati sul continente. Gli impegni del Force Model, cioè le forze di rinforzo promesse dal territorio americano in caso di guerra, restano classificati, non hanno una soglia minima fissata per legge e ricadono nella sola autorità presidenziale.
Il contrasto è netto. Quando a metà maggio Trump ha cancellato il dispiegamento di una brigata da 4.000 soldati in Polonia, la decisione ha provocato proteste al Congresso e titoli in prima pagina (Stars and Stripes). I dispiegamenti a rotazione, nei quali le unità si alternano ogni nove mesi, si possono fermare con una telefonata. Le basi permanenti, con famiglie trasferite e infrastrutture costruite, richiedono anni per essere smantellate. Ma quando l’amministrazione riduce le promesse di rinforzo del terzo livello, tutto avviene senza traccia pubblica e senza un controllo del Congresso.
La gara per l’attenzione americana
I governi europei stanno rispondendo con offerte individuali a Washington, più che con un’azione collettiva.
Il viceministro della Difesa polacco Paweł Zalewski, durante una visita a Washington il 20 e 21 maggio, ha proposto al Pentagono uno «stazionamento permanente», promettendo di «costruire una piccola città» per le truppe americane e di coprirne i costi (Polsat News). Il Pentagono ha promesso una proposta «nelle prossime settimane», senza però assumere impegni concreti (gov.pl).
La Germania perderà una brigata Stryker, unità da combattimento corazzata media, attualmente in Baviera. Il cancelliere Merz sta trasformando il ritiro in un’occasione politica, accelerando i programmi missilistici nazionali. Secondo Merz, il mancato dispiegamento in Germania dei missili da crociera Tomahawk a lungo promessi, pensati per controbilanciare le armi russe a raggio intermedio, dipende dai colli di bottiglia della produzione americana più che da una punizione politica (Tagesspiegel, Spiegel).
La Romania ha incassato l’elogio del segretario Rubio per avere ospitato truppe americane aggiuntive legate alle operazioni sull’Iran, ma non ha ottenuto impegni per una presenza permanente. Un consigliere presidenziale ha riconosciuto che il Paese è «rilevante» per Washington, ma non «vitale» (HotNews). Il ministro della Difesa estone ha confermato che le forze americane resteranno, avvertendo però che «le decisioni politiche negli Stati Uniti stanno ora arrivando al livello militare» (ERR).
La Francia fa caso a sé. Parigi ha costruito alternative prima del ridimensionamento americano: un quadro per coinvolgere otto partner europei nella pianificazione e nella consultazione sulla deterrenza nucleare francese, e una spinta ad aumentare la presenza di ufficiali europei nei comandi più alti della NATO (Le Monde, IFRI). Ma l’autonomia francese era stata pensata per integrare la presenza americana, non per sostituirla.
Al vertice NATO del 7 e 8 luglio ad Ankara, l’Alleanza dovrà scegliere se ridisegnare i piani di difesa attorno a un contributo americano ridotto o contestare pubblicamente i tagli. Rutte ha impostato l’agenda sulla necessità di superare una «dipendenza malsana da un solo alleato», una formula che accetta la premessa americana senza nominarne le conseguenze. I piani di difesa della NATO si fondavano sulla piena partecipazione degli Stati Uniti in caso di guerra. Washington sta ritirando quell’assunto attraverso l’unico canale in cui nessun Parlamento vota, mentre le capitali europee competono una per una per accordi bilaterali. Resta da capire se qualche governo riuscirà a portare allo scoperto, prima di Ankara, i numeri classificati su cui poggia la difesa europea.
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