Portogallo, fisco fermo in tribunale

A system of oversight preserved and corroded by its own refusal to move.
Composizione immagine · tobriefIn Portogallo una causa davanti a un tribunale amministrativo e fiscale richiede ormai in media 861 giorni per arrivare a conclusione. Ogni anno questi tribunali riescono a smaltire appena il 48 per cento dei nuovi procedimenti, con il risultato che l’arretrato continua ad accumularsi (Executive Digest, Commission). La Commissione europea ha segnalato il peggioramento nel Rapporto 2026 sullo Stato di diritto, pubblicato il 17 luglio.
Lo stesso rapporto ha sollevato un secondo problema: se l’agenzia di stampa pubblica Lusa conservi ancora un’autonomia sufficiente rispetto al governo, che oggi ne possiede e ne governa l’intero capitale. Le due osservazioni, lette insieme, mostrano una falla al centro della vigilanza europea. Bruxelles vede il deterioramento delle istituzioni, ma può imporre un cambiamento solo quando un’altra norma dell’UE trasforma quella preoccupazione in competenza giuridica.
Attese di due anni e chi ne beneficia
I tribunali amministrativi e fiscali presidiano il confine concreto tra cittadini e Stato: accertamenti tributari, licenze, appalti pubblici. Quando per chiudere una causa servono più di due anni e si risolve meno della metà del carico annuale, le decisioni dello Stato diventano, nei fatti, quasi inattaccabili. A beneficiarne sono governi e amministrazioni fiscali, le cui decisioni restano in piedi mentre chi ricorre aspetta.
Il caso portoghese rientra in un quadro più ampio dell’Europa meridionale, dove la giustizia resta lenta. La Commissione ha indicato che in Italia la durata dei procedimenti è ancora «tra le più lunghe dell’UE» (Euronews Italia). La Spagna ha ricevuto critiche per l’eccessiva durata dei processi di corruzione ad alto livello (elDiario.es). La Grecia ha mostrato progressi soltanto limitati nei procedimenti per corruzione (gr.euronews).
Il rapporto annuale esamina sistemi giudiziari, anticorruzione, libertà dei media e contrappesi istituzionali nei 27 Stati membri. Produce una traccia documentale e pressione reputazionale. Da solo, però, non fa scattare sanzioni, tagli ai fondi o procedure davanti alla Corte.
Lusa e la norma che potrebbe incidere davvero
La vicenda dell’agenzia di stampa si avvicina di più al terreno del diritto europeo applicabile. Dopo il ritiro degli azionisti privati da Lusa, lo Stato portoghese è subentrato e ora controlla il 100 per cento del capitale dell’agenzia. I nuovi statuti approvati nel gennaio 2026 hanno attribuito al governo il potere di nominare i membri del consiglio di amministrazione e hanno inserito rappresentanti politici in un consiglio consultivo ampliato (CMPF).
I giornalisti di Lusa hanno protestato, avvertendo che la nuova struttura consente ai nominati dal governo di incidere sulle scelte editoriali. Il sindacato portoghese dei giornalisti ha poi presentato un reclamo formale a Bruxelles, sostenendo che gli statuti violino lo European Media Freedom Act (il regolamento UE del 2024 che impone l’indipendenza editoriale ai fornitori di media di servizio pubblico), in particolare le norme sulla governance indipendente e sulla protezione dalle interferenze politiche (NUNS, Regulation 2024/1083).
Un reclamo non equivale a un accertamento. La Commissione non ha dichiarato che il Portogallo abbia violato il diritto europeo. Ma l’EMFA offre a Bruxelles un appiglio giuridico concreto che il rapporto annuale, da solo, non dà: se gli statuti violano norme vincolanti sulla libertà dei media, la Commissione può aprire una procedura d’infrazione ai sensi dell’articolo 258 TFUE, lo strumento con cui porta uno Stato membro davanti alla Corte di giustizia per violazione del diritto dell’UE.
Il gioco della copertura politica
Il governo ungherese si è mosso rapidamente per usare l’ampiezza del rapporto come scudo. Il ministro János Bóka ha presentato le conclusioni come prova del fatto che i problemi sullo Stato di diritto esistono ovunque nell’UE, non solo a Budapest (Origo, testata vicina al governo). I media indipendenti ungheresi hanno respinto l’argomento: la situazione dell’Ungheria è diversa nella sostanza, perché i fondi europei sono già congelati in base a norme separate di protezione del bilancio, cioè il regolamento sulla condizionalità, che consente all’UE di trattenere denaro quando le carenze dello Stato di diritto minacciano la spesa europea, e a traguardi del piano di ripresa che producono conseguenze finanziarie reali (HVG, Regulation 2020/2092).
Questa linea aiuta i governi sottoposti a pressioni europee più dure a confondere il confine tra Paesi destinatari di raccomandazioni morbide e Paesi colpiti dal congelamento dei fondi. Funziona come messaggio politico. Sul piano giuridico non cambia nulla. Il rapporto annuale applica ovunque lo stesso schema diagnostico. Le conseguenze divergono perché dipendono da strumenti separati, ciascuno con i propri requisiti legali.
Dove la vigilanza diventa burocrazia
Il caso portoghese mostra come sia costruito il sistema europeo. La Commissione può indicare un sistema giudiziario che risolve meno della metà dei procedimenti. Può registrare che la governance di un’agenzia di stampa statale allarma i giornalisti che vi lavorano. Può pubblicare tutto questo per i 27 Stati membri, offrendo a chi chiede riforme nei singoli Paesi un riferimento comune.
Senza una violazione dei trattati, un innesco di bilancio o una violazione della normativa sui media, la Commissione non può costringere il Portogallo ad agire. Il reclamo su Lusa è ora sul tavolo dei servizi giuridici della Commissione: giustifica una procedura d’infrazione? Se sì, il rapporto annuale sarà stato il primo passo verso una decisione vincolante della Corte. Se no, il Portogallo entrerà nella lista sempre più lunga degli Stati membri in cui Bruxelles diagnostica con chiarezza il deterioramento istituzionale, pubblica la diagnosi ogni anno e poi osserva il problema continuare. È il punto esatto in cui la vigilanza europea sullo Stato di diritto smette di essere potere e diventa carta.
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