La Romania riapre il dossier carbone

Coal takes Romania’s seat as its European bargain reaches judgment.
Composizione immagine · tobriefIl 5 agosto la Camera dei deputati romena ha approvato con 180 voti contro 9 una modifica alla legge sulla chiusura delle centrali a carbone. Il testo non impone più lo spegnimento degli impianti a carbone e lignite entro date prestabilite, ma stabilisce che nessuna centrale possa chiudere finché non siano state costruite, connesse alla rete e avviate commercialmente nuove capacità a basse emissioni (Agerpres, Europa FM). La legge originaria era la base di una riforma che la Commissione europea aveva già approvato e finanziato. Nel giro di ventiquattr’ore Bruxelles ha avvertito che l’emendamento potrebbe far sì che quella riforma «non sia più considerata realizzata» (HotNews, Ziare).
Il provvedimento è ora sul tavolo del presidente Nicusor Dan, che può promulgarlo, rinviarlo al Parlamento o chiedere un controllo di costituzionalità (Bursa). Dalla decisione dipende se la vicenda resterà uno scontro interno alla coalizione romena o diventerà un caso di applicazione delle regole europee.
Una data di chiusura sostituita da una promessa senza scadenza
L’emendamento, sostenuto dal PSD (i socialdemocratici romeni, primo partito di governo) e dai nazionalisti dell’AUR, trasforma l’uscita dal carbone da calendario vincolante a condizione aperta: nessun impianto chiude finché le fonti sostitutive non siano installate, collegate alla rete e operative sul mercato (Agerpres). Il PNL (partner di centrodestra nella coalizione) e il ministro per i progetti europei Dragos Pislaru hanno avvertito che la mossa potrebbe compromettere i pagamenti del fondo per la ripresa (Stiripesurse).
Pislaru ha stimato l’esposizione in circa 5 miliardi di euro di sovvenzioni future, segnalando anche circa 600 milioni di euro legati a un traguardo già pagato (Digi24). Sono cifre del ministro, non un calcolo pubblicato dalla Commissione. La posizione confermata da Bruxelles è più circoscritta: valuterà se la nuova legge rovesci il traguardo 114, già validato in un pagamento precedente, e se blocchi il traguardo 119A, cioè la chiusura della capacità a carbone ancora necessaria, che impone alla Romania di dismettere 710 MW per ottenere l’ultima tranche (Agerpres, Libertatea).
Il calendario lavora per la Commissione
Il Recovery and Resilience Facility, il fondo post-pandemico che paga gli Stati in cambio del completamento di riforme concordate, non prevede sanzioni immediate. Secondo l’articolo 24 del regolamento RRF, la procedura è questa: la Romania presenta una richiesta di pagamento; la Commissione verifica se i traguardi siano stati raggiunti; se non lo sono, può sospendere tutto o parte del pagamento. Bucarest ha un mese per rispondere, mentre i tagli permanenti arrivano solo dopo sei mesi senza correzioni.
L’esperienza recente della Bulgaria indica quale sia la prassi: la Commissione ha versato quasi 900 milioni di euro nell’ambito della quarta richiesta bulgara, trattenendo però le somme collegate ai traguardi non rispettati (Economic.bg, European Sting). Di solito si procede con una sospensione parziale, non con il blocco totale.
Per la Romania, però, il margine si restringe per effetto delle scadenze. Tutte le riforme del fondo per la ripresa devono essere completate entro il 31 agosto 2026 e le richieste finali di pagamento presentate entro il 30 settembre (Brussels Times). Se la legge resterà in vigore, Bucarest non potrà dimostrare di avere rispettato il traguardo 119A. E non ci sarà tempo per negoziare una soluzione alternativa.
Un argomento energetico che Bruxelles ha già respinto
La preoccupazione sull’approvvigionamento elettrico che sta dietro all’emendamento non è inventata. In tutta l’Europa sud-orientale le centrali a carbone garantiscono calore nei mesi invernali e potenza programmabile. Lo stesso Pislaru ha riconosciuto che il governo aveva spiegato a Bruxelles la necessità di mantenere gli impianti in funzione durante l’inverno, in attesa dell’entrata in esercizio della nuova capacità (Digi24).
La Commissione ha però già respinto questa difesa ai fini del traguardo. Secondo Bruxelles, l’approvvigionamento elettrico romeno è stabile, il mercato funziona e non esiste un’emergenza che giustifichi la riscrittura della base giuridica di una riforma già validata (Euronews Romania, Agerpres). Tenere accese le centrali a carbone durante l’inverno è una scelta operativa che un governo può compiere senza modificare la legge. Riscrivere la legge cambia invece il patto in base al quale la Romania ha ottenuto i fondi.
Se Dan firmerà, la Commissione dovrà scegliere se sospendere i pagamenti, negoziare un calendario rivisto o tollerare in silenzio una riforma annacquata. La tolleranza creerebbe un precedente: qualunque Stato membro potrebbe incassare i fondi della ripresa e poi indebolire la riforma che li aveva giustificati. Se invece Dan rinvierà la legge, il Parlamento dovrà pesare la politica delle regioni carbonifere contro miliardi di finanziamenti europei. Lo stesso argomento sulla sicurezza dell’approvvigionamento circola a Sofia e Varsavia, e per questo la risposta di Bruxelles parlerà ben oltre i confini romeni.
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