Drone russo colpisce deposito nucleare di Chernobyl

A thousand formal gestures fill the legal void of the exclusion zone.
Composizione immagine · tobriefAlle 2.10 del 7 giugno un drone russo Shahed ha colpito l’edificio di ricezione del Centralized Spent Fuel Storage Facility ucraino, il deposito nella zona di esclusione di Chernobyl dove il Paese conserva il combustibile esaurito dei reattori. Non c’è stata alcuna fuoriuscita radioattiva. Un piccolo incendio è stato spento entro un’ora. Il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha definito l’attacco «profondamente preoccupante», osservando che materiale nucleare si trovava «a pochi metri dall’edificio colpito» (Infobae). La Polonia ha fatto decollare caccia militari, trattando l’episodio come una minaccia reale. Il diritto internazionale umanitario, per come è scritto oggi, non offre una protezione specifica alla struttura colpita.
Che cosa il drone non ha centrato
L’edificio investito dall’esplosione è un’area logistica di ingresso, dove arrivano i contenitori di combustibile prima del trasferimento nei depositi schermati. Energoatom, l’operatore nucleare ucraino, ha confermato che in quel momento non vi fosse combustibile esaurito all’interno. I monitoraggi radiologici polacchi non hanno registrato variazioni dei livelli di fondo. Nessun lavoratore è rimasto ferito.
Resta però aperta la questione decisiva: quanto il punto dell’esplosione fosse vicino al materiale nucleare già stoccato. Grossi ha parlato di «metri», ma finora non è stata pubblicata alcuna misurazione indipendente. L’AIEA ha inviato una squadra ispettiva sul sito e, all’8 giugno, le conclusioni non erano ancora pubbliche. Se la detonazione sia avvenuta a cinque metri o a cento metri dai contenitori sigillati di combustibile esaurito cambia completamente la valutazione del rischio; solo gli ispettori possono chiarirlo.
Una lacuna giuridica rimasta ferma dal 1977
Il diritto internazionale umanitario contiene una sola norma pensata specificamente per proteggere gli impianti nucleari in tempo di guerra: l’articolo 56 del Protocollo aggiuntivo I alle Convenzioni di Ginevra, il trattato del 1977 sulla condotta nei conflitti armati. La disposizione tutela le «centrali nucleari per la produzione di energia elettrica» dagli attacchi. Un deposito di combustibile esaurito, però, non produce elettricità e, secondo il testo letterale del trattato, resta fuori dal perimetro dell’articolo 56.
L’altro accordo internazionale pertinente, la Convenzione sulla protezione fisica del materiale nucleare, esclude esplicitamente le situazioni di conflitto armato.
Il risultato è che l’intero ciclo del combustibile nucleare al di fuori dei reattori in funzione rimane senza una protezione specifica: impianti di arricchimento, reattori di ricerca, depositi di combustibile esaurito non dispongono di scudi giuridici vincolanti in tempo di guerra. La lacuna non riguarda solo l’Ucraina. Gli Stati membri dell’UE gestiscono depositi di combustibile esaurito, impianti di riprocessamento e reattori di ricerca. Se colpire siti nucleari diversi dai reattori non incontra un divieto giuridico specifico, l’assenza di una norma crea un precedente per qualunque conflitto futuro.
L’articolo 56, paragrafo 6, invita gli Stati a «concludere ulteriori accordi per fornire protezione aggiuntiva» alle installazioni che contengono materiale nucleare. Quella clausola dorme da quando il trattato è entrato in vigore. Nessuno Stato, nessuna istituzione europea, nessun organismo internazionale l’ha tradotta in un accordo operativo.
La pressione per affrontare il vuoto normativo sta aumentando. A drone crashed in the Chernobyl exclusion zone on May 8, innescando un vasto incendio boschivo. Ora un drone è esploso dentro il perimetro di un complesso per combustibile esaurito. Ogni episodio si avvicina di più al materiale nucleare.
Che cosa può fare l’AIEA, e che cosa no
L’attacco è avvenuto un giorno prima della riunione a Vienna del Consiglio dei governatori dell’AIEA, l’organo decisionale dell’agenzia composto da 35 membri. L’Ucraina ha chiesto di inserire l’episodio all’ordine del giorno.
Il margine d’azione del Consiglio è però limitato per struttura. L’AIEA non può imporre sanzioni: può documentare, condannare e deferire le questioni al Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove la Russia dispone del veto. I «sette pilastri indispensabili della sicurezza nucleare» di Grossi, il quadro introdotto nel 2022 per proteggere i siti nucleari nei conflitti, fissano principi ma non hanno forza giuridica.
La reazione polacca mette in luce anche un problema nel modo in cui i sistemi europei hanno trattato l’evento. Le forze armate polacche hanno considerato l’attacco una possibile minaccia militare e hanno fatto decollare i caccia. I sistemi europei di allerta nucleare transfrontaliera, costruiti dopo il disastro di Chernobyl del 1986, si attivano invece quando i rilevamenti radiologici aumentano. I livelli sono rimasti normali. Il sistema ha funzionato come previsto; semplicemente non era stato concepito per uno scenario in cui un’arma esplode dentro un complesso che contiene materiali nucleari senza provocare una fuoriuscita radioattiva.
Il rapporto ispettivo dell’AIEA potrebbe costringere l’Europa a guardare il problema in faccia: l’infrastruttura di emergenza nucleare europea presuppone che pericolo e radiazione siano sinonimi. Un drone che cade a pochi metri dal combustibile esaurito, senza rilascio radiologico, appartiene a una categoria che il sistema non riconosce.
L’esito della riunione del Consiglio dei governatori non è ancora pubblico. Nessuno Stato membro dell’UE ha segnalato la volontà di invocare l’articolo 56, paragrafo 6. La clausola che chiede una protezione più ampia dei siti nucleari esiste dal 1977. Nessun governo l’ha attivata.
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- 6/8/2026, 2:53:59 AM
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