Rutte chiede il 5% alla NATO

The 1.5 percent target for resilience relies on infrastructure built from accounting.
Composizione immagine · tobriefMark Rutte è arrivato al vertice di Ankara con una richiesta semplice: indicate le risorse e spiegate che cosa comprano. Il segretario generale della NATO vuole che gli alleati europei presentino piani nazionali «chiari, concreti e credibili» per arrivare entro il 2035 al 5% del Pil destinato a difesa e sicurezza (AP, NATO).
L’obiettivo si divide in due capitoli: 3,5% per i bilanci militari e 1,5% per la resilienza, cioè strade, ponti, reti cyber e infrastrutture energetiche utili alla difesa. La NATO non chiede più ai governi di sottoscrivere una cifra in un comunicato finale; chiede di dimostrare come quella cifra diventi carri armati, munizioni e forze dispiegabili. Molti, ancora, non riescono a mostrare quel percorso.
La Spagna lo dice apertamente
La Spagna ha reso esplicito il problema che altri preferiscono lasciare sottotraccia. Pedro Sánchez ha difeso la posizione di Madrid, ferma intorno al 2,1% del Pil, rifiutando di impegnarsi sul 5% (El Mundo). Il ministro degli Esteri José Manuel Albares aveva già sostenuto a maggio che la Spagna rispetta gli impegni senza dover inseguire la cifra simbolo del vertice (Infobae). Madrid è diventata così la dissidente più visibile, ma in fondo fa alla luce del sole ciò che altri governi ottengono con calendari più lunghi o contabilità più generose.
Lo scontro mostra il limite della NATO: gli obiettivi sul Pil sono promesse da vertice, non obblighi di trattato. Se un governo presenta un piano debole non scatta alcuna sanzione automatica (Defence Priorities, Reuters/The Star). La richiesta di Rutte pesa politicamente, ma sul piano giuridico resta più morbida di una regola fiscale europea.
La Germania prova a costruire il modello
La Germania offre ciò che più si avvicina a un piano credibile. Il cancelliere Friedrich Merz e il ministro della Difesa Boris Pistorius hanno collegato l’obiettivo del 3,5% alla riforma degli acquisti e a una nuova legge per accelerare le infrastrutture di trasporto rilevanti sul piano militare, con l’obiettivo di raggiungere la piena prontezza entro il 2029 (BMVg). La bozza di bilancio 2027 porta la spesa per la difesa a 109,7 miliardi di euro, includendo 4 miliardi di investimenti nei trasporti (Morgenpost). Rutte ha approvato la traiettoria, dicendo che Berlino è «sulla buona strada» (NATO).
Le fragilità, però, restano concrete. Una parte del rapporto tedesco tra spesa e Pil deriva da fondi infrastrutturali, non da ordini diretti di armamenti (taz). Pistorius ha riconosciuto che la Germania continuerà ad acquistare armi americane anche mentre tenta di ridurre la dipendenza dai fornitori esterni. E l’industria europea della difesa non dispone ancora delle linee produttive necessarie ad assorbire una spesa di questa velocità: munizioni, sistemi di difesa aerea e mezzi corazzati hanno tempi di consegna misurati in anni.
La via di fuga contabile
Il capitolo dell’1,5% per la resilienza è quello in cui il controllo diventa più fragile. Strade e reti energetiche possono davvero servire alla difesa; possono anche diventare spesa pubblica ribattezzata, se la NATO non verifica che cosa producano concretamente quei fondi (CEPA, ProtoThema).
L’Italia mostra bene l’attrito fiscale. Il piano 2025 di Roma mantiene l’indebitamento netto al 2,8% del Pil (MEF), mentre la Commissione europea ha avvertito che la quota italiana dei prestiti SAFE, lo strumento UE da 150 miliardi di euro per gli acquisti congiunti nella difesa, potrebbe essere riassegnata se Roma dovesse ritardare (Adnkronos). In Francia, l’aggiornamento della legge di programmazione militare ha aggiunto 36 miliardi di euro alla dotazione 2024-2030, ma i senatori francesi hanno descritto l’aumento come la correzione di una legge precedente sottofinanziata (Ouest-France, Sénat). Una riparazione, più che un salto.
La Polonia rovescia il discorso, trasformando la spesa in leva politica. Con circa il 4,5% del Pil, Varsavia spende proporzionalmente più degli Stati Uniti e usa quel dato contro gli alleati più lenti (Standard, CNBC). Ma secondo il generale Jarosław Gromadziński, circa il 60% degli acquisti polacchi è finanziato a credito e il Fondo di sostegno alle Forze armate non sfrutta tutta la capacità disponibile (Defence24). Una spesa elevata dà forza negoziale; non si traduce automaticamente in capacità utilizzabile.
Da Ankara resta una prova più severa: quali governi pubblicheranno un percorso finanziato, approvato per legge e verificabile, capace di collegare una voce di bilancio a una forza realmente schierabile. La NATO ha trasformato la spesa militare in una battaglia sulla responsabilità, senza però costruire un sistema di responsabilità. Gli strumenti di Rutte sono la pressione pubblica, le tabelle comparative e l’imbarazzo dei vertici. Nessuna istituzione, né nella NATO né nell’UE, può obbligare uno Stato membro a mantenere l’impegno preso. Lo scarto tra promessa e consegna resta la vulnerabilità centrale dell’Alleanza.
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