Washington rompe il G7 sul petrolio russo

The brutal reality of the energy shock cuts through the G7’s diplomatic restraint.
Composizione immagine · tobriefIl G7 ha fallito il test di coordinamento più importante dell'anno. Riuniti a Parigi il 18 e 19 maggio per rispondere insieme allo shock energetico Iran-Hormuz, i ministri delle Finanze sono usciti con un comunicato che non impegna nessuno a nulla e con una sola misura concreta: una decisione unilaterale degli Stati Uniti, osteggiata dal resto dell'alleanza. Il petrolio è a 112 dollari al barile. I rendimenti obbligazionari hanno toccato massimi pluriennali nelle principali economie. La BCE si riunirà l'11 giugno senza avere sul tavolo una buona opzione.
Da Parigi è uscito rigore, non sollievo
Il comunicato ha invocato "crescita equilibrata e stabilità macroeconomica", formula diplomatica per dire: tenere ferma la spesa. Il consenso si è formato sul rigore fiscale, non sugli stimoli. Nessun rilascio congiunto di riserve petrolifere. Nessuna indicazione coordinata sui tassi. Nessun pacchetto d'emergenza.
L'unico risultato concreto è arrivato da Washington. Gli Stati Uniti hanno prorogato per la seconda volta la deroga alle sanzioni sul petrolio russo, rompendo un impegno che avevano assicurato agli alleati europei di non voler ripetere. L'obiettivo era lineare: sostituire con greggio russo i barili iraniani persi per la chiusura di Hormuz. I governi europei si sono opposti perché la mossa indebolisce il regime sanzionatorio che applicano dall'invasione russa dell'Ucraina.
Il ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil ha spinto un'agenda diversa: l'Unione dei mercati dei capitali, cioè il progetto per collegare mercati europei degli investimenti ancora frammentati affinché il denaro possa muoversi più facilmente oltre confine, e un piano d'azione del G7 sulla crisi alimentare per mettere in sicurezza le catene di approvvigionamento minerarie e agricole. Entrambe le proposte riflettono la preoccupazione di Berlino che questa crisi vada oltre il prezzo del petrolio. Nessuna delle due ha retto allo scontro sulle sanzioni.
La Francia ha bloccato la discussione su un secondo rilascio strategico di riserve petrolifere dell'AIE, l'Agenzia internazionale dell'energia. Quello di marzo era stato il più ampio nei cinquant'anni di storia dell'Agenzia, ma aveva coperto solo una frazione dell'offerta persa a Hormuz. Parigi ha sostenuto che le riserve residue vadano conservate per scenari ancora peggiori.
I mercati hanno emesso il verdetto mentre il vertice era ancora in corso. I rendimenti dei Bund tedeschi, cioè il tasso che Berlino paga per indebitarsi, hanno raggiunto il livello più alto dal 2011. I titoli giapponesi a 30 anni sono saliti ai massimi storici. La vendita globale di obbligazioni ha prodotto l'opposto della stabilità che il G7 avrebbe dovuto proiettare.
Il giugno impossibile della BCE
La BCE, la Banca centrale europea che fissa il costo del denaro per i 20 Paesi dell'euro, arriva così intrappolata alla riunione dell'11 giugno.
Nell'eurozona l'inflazione sta risalendo, spinta quasi interamente dai costi dell'energia. Ma, al netto di energia e alimentari, la dinamica di fondo dei prezzi è più debole. L'economia ha quasi smesso di crescere. Prezzi in aumento e produzione stagnante: gli economisti chiamano questa combinazione stagflazione, e per una banca centrale non esiste una mossa pulita.
Alzare i tassi rende più cari mutui e prestiti alle imprese. Funziona contro un'inflazione alimentata dalla domanda, quando i consumatori spendono troppo. Non risolve una strozzatura dell'offerta nello Stretto di Hormuz. I mercati si aspettano ancora un rialzo a giugno, ma la BCE stringerebbe contro un problema che i suoi strumenti non possono raggiungere.
Chi assorbe lo shock
La Germania ha rivisto al ribasso la previsione di crescita per il secondo trimestre 2026 allo 0,3%, un taglio netto che riflette il peso dello shock energetico su una base industriale già fragile. Chimica, metallurgia e vetro riducono occupazione e produzione dal 2022. Il taglio temporaneo delle accise sui carburanti scade a fine giugno e non è stata annunciata alcuna misura sostitutiva.
L'Italia ha chiesto alla Commissione europea di escludere la spesa energetica dalle regole fiscali dell'UE, cioè dai limiti all'indebitamento pubblico che i Paesi dell'eurozona devono rispettare. Bruxelles ha detto no, richiamando i miliardi di fondi europei già disponibili che Roma non ha ancora speso. La spesa per la difesa beneficia già di una deroga a queste regole. Quella energetica no. Nessun membro del G7 ha sostenuto la richiesta italiana di maggiore flessibilità.
La Commissione pubblicherà le nuove previsioni economiche il 21 maggio. Se i numeri confermeranno il rallentamento, aumenterà la pressione su Bruxelles perché allenti i vincoli fiscali e sulla BCE perché lasci fermi i tassi. Le principali istituzioni economiche europee tirano oggi in direzioni diverse: bilanci più stretti dal G7, moneta più cara dai mercati e una crisi dell'offerta che nessuna delle due leve può correggere.
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