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EU_ECONOMICS05 / 07 · storia del giorno3 min · 655 parole · 143 fonti

Dazio anti-lavoro: auto al 35%

Scritto dall IAto brief AI · 4 giugno 2026, 03:50
Come è stata scritta

Tens of thousands of legal filings form the new weight of European industrial exports.

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il testo · 3 min di lettura

Le auto europee dirette negli Stati Uniti rischiano ora dazi cumulati fino al 35%. Acciaio e alluminio arrivano al 60%. Il 2 giugno l'amministrazione Trump ha proposto un dazio aggiuntivo del 10% sulle esportazioni dell'UE, da sommare alle tariffe già in vigore, accusando l'Europa di non contrastare abbastanza il lavoro forzato nelle catene di fornitura (USTR, CNBC). Nel 2024 l'UE ha esportato verso gli Stati Uniti 532 miliardi di euro di beni (Bundesregierung). Una parte rilevante di quel commercio finisce ora sotto la nuova maggiorazione.

Il cambio d'abito giuridico

Per arrivare a questi dazi serviva un cambio d'abito giuridico. A febbraio la Corte Suprema, con una decisione 6-3 in Learning Resources v. Trump, ha stabilito che il presidente non può usare l'IEEPA, l'International Emergency Economic Powers Act, una legge pensata per emergenze di sicurezza, per imporre tariffe doganali (Supreme Court). Nel giro di pochi giorni, tutti i dazi fondati sull'IEEPA sono stati cancellati.

L'amministrazione ha quindi scelto un'altra base normativa. Il 12 marzo, il rappresentante statunitense per il Commercio ha aperto indagini ai sensi della Sezione 301 contro 60 Paesi, una norma commerciale con un esplicito sostegno del Congresso. L'accusa è che questi Paesi tollerino merci prodotte con lavoro forzato nelle proprie catene di approvvigionamento. All'UE tocca il 10%; Paesi privi di una legislazione specifica sul lavoro forzato, come Giappone e Corea del Sud, rischiano il 12,5%.

Chi può dichiararsi contrario alla lotta contro lo sfruttamento? Proprio qui sta l'efficacia della cornice scelta da Washington. Bernd Lange, presidente della commissione Commercio internazionale del Parlamento europeo, ha però definito le conclusioni «assolutamente assurde» (NBC News), ricordando che l'UE ha adottato nel 2024 un proprio divieto di importazione per i prodotti realizzati con lavoro forzato (Council of the EU). La sua lettura è netta: «Prima si decide la misura tariffaria, poi si trova la giustificazione legale adatta».

Washington, tuttavia, non parte da un argomento inesistente. Il regolamento europeo sul lavoro forzato si applicherà solo da dicembre 2027. Inoltre, a differenza dell'approccio americano, che presume contaminato qualunque prodotto proveniente dalla regione cinese dello Xinjiang salvo prova contraria dell'importatore, l'Europa scarica l'onere della prova sui regolatori, non sulle imprese. La Commissione europea ha definito i dazi "ingiustificati". L'obiettivo dichiarato è lo stesso da entrambe le parti, ma un rinvio di tre anni nell'applicazione concreta resta difficile da difendere al tavolo negoziale.

Chi paga il conto della sovrapposizione

Il prelievo sul lavoro forzato si somma ai dazi esistenti, ed è proprio nel peso cumulato che si concentra il danno.

L'accordo commerciale di Turnberry, il quadro UE-USA dell'agosto 2025, aveva fissato la maggior parte dei dazi al 15%. Aggiungendo il 10%, la soglia di base per molte esportazioni europee sale al 25%. Per acciaio e alluminio, dove i dazi di sicurezza nazionale della Sezione 232 sono già al 50%, il totale arriva al 60%. Per le auto, gravate da tariffe esistenti del 25%, il sovrapprezzo spinge l'aliquota verso il 35%. Bernstein Research calcola che un aumento di soli 10 punti percentuali taglierebbe di 2,6 miliardi di euro gli utili operativi delle case automobilistiche tedesche quest'anno.

I farmaceutici, prima categoria dell'export europeo verso gli Stati Uniti con il 22,5% del commercio totale di beni, sono esplicitamente esentati, insieme all'energia e ai componenti aeronautici. Per ora la clausola protegge l'Irlanda, molto esposta al farmaceutico, ma lascia scoperti i settori tedeschi dell'auto e dei macchinari.

La DIHK, la camera di commercio tedesca, rileva che il 59% delle imprese intervistate affronta già costi di conformità più alti per effetto dei dazi americani, mentre il 14% sta riducendo le attività negli Stati Uniti. Tra le aziende che restano sul mercato americano, il 68% trasferisce il costo sui clienti statunitensi attraverso prezzi più alti. Gli esportatori europei perdono margini; i consumatori americani pagano di più. La ripartizione dipende dal potere contrattuale, ma due terzi delle imprese hanno già scelto.

I dazi non sono ancora definitivi. La consultazione pubblica resta aperta fino al 6 luglio. L'esenzione del farmaceutico è la variabile più pesante: se saltasse, l'esposizione europea aumenterebbe di circa un quinto. La Sezione 301 poggia su una base congressuale più solida di quella offerta dall'IEEPA. Ma l'uso di dazi generalizzati contro Paesi alleati, motivati dai tempi di applicazione delle norme, non ha mai superato un vero esame giudiziario. Sarà questo il punto della prossima battaglia legale.

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6/4/2026, 3:20:34 AM
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