Hub Ue per i rimpatri, nessun Paese ospitante

Europe has authorised the journey, but its destination remains unsettled.
Composizione immagine · tobriefIl 1° ottobre i ministri dell’UE hanno dato il via libera definitivo a un regolamento che consente ai governi di trasferire in «centri di rimpatrio» situati fuori dall’Unione le persone che non hanno diritto di soggiornarvi (Council, EFE). Le norme sui centri si applicheranno dal giorno in cui la legge entrerà in vigore. I governi che più hanno spinto per la loro istituzione, però, non hanno ancora pubblicato un accordo con un Paese disposto a ospitarne uno.
La distinzione è sostanziale: la legge concede un’autorizzazione, ma non garantisce che i trasferimenti avvengano. Per trasformare il via libera in una partenza concreta servono l’azione dei governi nazionali, la disponibilità di un Paese ospitante, il vaglio dei tribunali e, infine, il consenso del Paese d’origine della persona.
Chi decide cosa
La procedura parte da una capitale nazionale: le autorità di un Paese decidono che una persona deve lasciare il territorio e, in base al nuovo Ordine europeo di rimpatrio, registrano le informazioni essenziali in un modulo comune, consultabile dagli altri Stati membri. Spetta poi a ciascun altro Paese decidere se dare seguito alla decisione (Brussels Times).
La Spagna si è opposta proprio a questa discrezionalità. Madrid voleva che ogni Paese Schengen fosse tenuto a dare esecuzione alle decisioni degli altri Stati: nell’area in cui si attraversano la maggior parte delle frontiere interne dell’UE senza controlli dei passaporti, secondo il governo spagnolo una persona avrebbe potuto sottrarsi all’espulsione semplicemente trasferendosi altrove. La Spagna ha giudicato troppo deboli anche le tutele per le famiglie nei centri ed è stata l’unico governo a votare contro (elDiario.es). Non poteva però bloccare la legge, approvata a maggioranza qualificata: un sistema di voto ponderato che non attribuisce a nessun singolo Paese il potere di veto.
I centri entrano in gioco più avanti nella procedura e possono accogliere soltanto persone che hanno già ricevuto una decisione di rimpatrio. Il Paese ospitante deve rispettare il diritto internazionale dei diritti umani, compreso il divieto di trasferire una persona verso un luogo in cui rischi persecuzioni o torture. I minori non accompagnati restano esclusi, mentre non vale un’esclusione altrettanto netta per le famiglie con figli (ECRE). I tribunali possono verificare che ogni trasferimento rispetti queste condizioni.
La legge entrerà in vigore il giorno dopo la sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’UE, dove gli atti legislativi vengono pubblicati ufficialmente. Le norme sui centri si applicheranno da quel momento; la maggior parte delle altre nuove procedure partirà un anno dopo (Council).
Il Paese ospitante che manca
A settembre Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Austria e Grecia hanno concordato un modello comune di centri e puntano a iniziare i primi trasferimenti nel 2027 (Danish ministry). Da allora i cinque governi trattano insieme con possibili Paesi ospitanti (To Brief).
Il giorno dell’approvazione il ministro dell’Interno tedesco Alexander Dobrindt ha detto che restava da verificare la disponibilità dei possibili Paesi ospitanti e di sperare in un accordo entro la fine dell’anno (Tagesschau). Il ministro danese per l’Immigrazione, Morten Bødskov, ha sostenuto che ora esiste una base giuridica (The Copenhagen Post). Ma la base giuridica riguarda solo l’UE: ai cinque governi serve ancora un Paese ospitante e nessuno di loro ha pubblicato un accordo firmato.
Perché un accordo non basta
Anche un’intesa firmata risolverebbe soltanto uno degli ostacoli. I ricercatori di SWP, un istituto tedesco di analisi politica, fanno notare che il consenso del Paese ospitante non obbliga quello d’origine a rilasciare documenti di viaggio o a riprendersi la persona (SWP). Il Paese ospitante accetta di ricevere le persone; soltanto quello d’origine può riaccoglierle.
È proprio su questo secondo passaggio che l’Europa incontra già difficoltà. Nel 2025 i Paesi dell’UE hanno ordinato a 491.950 persone di lasciare il territorio e ne hanno rimpatriate 135.460 verso Paesi extra-UE (Eurostat). I due conteggi non riguardano necessariamente le stesse persone, quindi la differenza non misura quanti rimpatri in più potrebbero rendere possibili i centri. Mostra però quanto sia da tempo più facile ordinare una partenza che portarla a termine.
Da quanto osserva SWP discende un rischio concreto: se il Paese d’origine rifiuta di rilasciare i documenti, un centro potrebbe finire per trattenere le persone senza poterle trasferire, spostando fuori dall’UE una procedura bloccata senza risolverla. Tutto dipende da accordi con i Paesi d’origine, che la nuova legge non istituisce.
I cinque governi che promettono i trasferimenti devono quindi compiere due passi: pubblicare un accordo con un Paese ospitante che possa superare il vaglio dei tribunali e trovare il modo di ottenere i documenti dai Paesi d’origine delle persone interessate. La legge consente di istituire i centri, ma chi li sostiene non ha ancora pubblicato un accordo con un Paese ospitante. Il calendario dei trasferimenti resta un obiettivo.
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- 10/2/2026, 2:09:31 AM
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