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EU_PUBLIC_AFFAIRS01 / 05 · storia del giorno3 min · 742 parole · 50 fonti

Appalti UE, corsia preferenziale europea

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Scritto dall IAto brief AI · 10 settembre 2026, 02:50
Come è stata scritta

One European rule leaves twenty-seven buyers facing different shelves.

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il testo · 3 min di lettura

Il 9 settembre la Commissione europea ha proposto un Public Procurement Act che offrirebbe agli acquirenti pubblici dell’UE strumenti facoltativi per privilegiare i fornitori europei (Commission). Il testo sostituisce tre direttive esistenti con un unico regolamento, direttamente applicabile in tutti i 27 Stati membri. Come avevamo riferito la scorsa settimana, quando circolò la bozza (To Brief), la proposta ridimensiona il criterio dell’offerta più economica a favore di una valutazione fondata sulla qualità. Per ora, tuttavia, non cambia nulla: prima di diventare vincolante, il regolamento dovrà ottenere l’approvazione del Parlamento europeo e del Consiglio dell’UE, dove negoziano i governi nazionali.

Poteri facoltativi, scelte concrete

La proposta mette a disposizione una serie di strumenti, senza imporne l’uso. Gli acquirenti pubblici potrebbero escludere i fornitori dei Paesi che non garantiscano l’accesso alle proprie gare alle imprese europee, oppure esigere che una quota minima dei beni compresi in un’offerta provenga dall’UE (proposed regulation, Politico). Un sindaco francese potrebbe così escludere un produttore cinese di autobus, mentre un ospedale finlandese sarebbe libero di non ricorrere affatto a questi poteri.

La linea di demarcazione passa dagli accordi commerciali. I Paesi ai quali gli accordi dell’OMC o le intese bilaterali con l’UE garantiscono l’accesso agli appalti pubblici, tra cui Stati Uniti, Giappone e Norvegia, conserverebbero i diritti attuali; le imprese dei Paesi privi di accordi analoghi, come Cina e India, potrebbero invece subire restrizioni (Guardian, proposed regulation). Le autorità polacche, in ogni caso, non potrebbero favorire un’impresa nazionale rispetto a una tedesca, poiché le regole del mercato interno continuano a vietare discriminazioni tra Stati membri.

La Commissione disporrebbe inoltre di un potere distinto e più incisivo: potrebbe imporre restrizioni obbligatorie qualora accertasse che un Paese terzo esclude sistematicamente le aziende europee dalle proprie gare. Pechino ha già reagito a una versione più circoscritta di questo meccanismo: quando nel 2025 Bruxelles limitò la partecipazione degli operatori cinesi agli appalti per i dispositivi medici, ricorrendo all’attuale International Procurement Instrument, la Cina rispose con misure analoghe contro i fornitori dell’UE (Crowell). Il precedente dimostra che il rischio di ritorsioni è concreto.

Soglie di qualità, ma senza garanzie per il lavoro

La proposta renderebbe inoltre il miglior rapporto qualità-prezzo il criterio ordinario per aggiudicare i contratti, assegnando alla qualità almeno il 30% del punteggio complessivo e almeno il 50% nei servizi ad alta intensità di lavoro, come pulizia e sicurezza (EU Perspectives, proposed regulation). Queste percentuali, tuttavia, non comportano garanzie per i lavoratori. La CGIL sostiene che il testo possa indebolire il Codice italiano dei contratti pubblici del 2023, che obbliga gli offerenti a indicare il contratto collettivo applicabile e a dimostrare l’equivalenza delle tutele (Il Fatto Quotidiano). Poiché un regolamento europeo prevale sulla normativa nazionale, resta da chiarire se l’Italia potrebbe conservare requisiti più rigorosi; la Confederazione europea dei sindacati ha quindi chiesto al Parlamento e al Consiglio di inserire nel testo garanzie vincolanti per i lavoratori (ETUC).

I governi non hanno ancora scelto da che parte stare

Il commissario Stéphane Séjourné sostiene che gli acquirenti disponessero già di margini per privilegiare la qualità, ma evitassero di farlo per timore dei ricorsi, e vuole che i sindaci rispondano politicamente delle proprie scelte di acquisto (Le Monde). La Camera di commercio tedesca considera invece i requisiti di produzione locale un rimedio estremo, capace di far salire i prezzi e provocare ritorsioni (DIHK). Nel dicembre 2025 nove Stati membri, tra cui Svezia, Cechia, Finlandia e Irlanda, avvertirono che un’ampia politica di preferenza europea avrebbe potuto danneggiare la concorrenza (Euronews); quell’iniziativa precedeva però la presentazione di questo testo e nessun governo si è ancora schierato formalmente a favore o contro.

Secondo la procedura legislativa ordinaria, Parlamento e Consiglio devono concordare un testo definitivo. In Consiglio servirà una maggioranza qualificata, cioè il voto favorevole di almeno 15 governi su 27, rappresentativi del 65% della popolazione dell’UE (European Parliament). Nessuna delle due istituzioni ha ancora cominciato a definire la propria posizione negoziale. Prima di qualsiasi voto, il confronto potrebbe concentrarsi soprattutto su una questione attuativa: chi dovrà verificare che i beni inclusi in un’offerta provengano davvero dall’UE e chi sosterrà il costo qualora la preferenza accordata ai fornitori europei faccia aumentare i prezzi?

La Commissione ha proposto una preferenza europea senza renderla obbligatoria. Spetta ora al Parlamento e ai governi nazionali decidere se l’Europa avrà una regola comune per gli acquisti pubblici oppure un menù di opzioni che gli acquirenti potranno lasciare inutilizzato. Per il momento, nessuno dei due ha scoperto le carte.

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9/10/2026, 2:08:33 AM
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