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EU_PUBLIC_AFFAIRS03 / 08 · storia del giorno3 min · 788 parole · 54 fonti

Hormuz chiuso: sette condizioni segrete dell’Iran

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Scritto dall IAto brief AI · 5 ottobre 2026, 02:50
Come è stata scritta

Reopening the strait leaves shippers waiting for safe, insured passage.

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il testo · 3 min di lettura

Il traffico nello Stretto di Hormuz è sceso a una frazione dei livelli precedenti alla guerra. L’Iran afferma che lo stretto resterà chiuso finché Washington non accoglierà sette condizioni, che però non ha reso pubbliche. Armatori, assicuratori e compratori di gas europei aspettano così di conoscere termini che non possono nemmeno leggere; e anche un accordo, da solo, non basterebbe a far tornare le navi.

Domenica 4 ottobre Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, ha dichiarato che lo stretto resterà chiuso finché gli Stati Uniti non soddisferanno sette condizioni «basate sul memorandum di Islamabad», secondo Nournews. Non le ha elencate. Anche il memorandum è inedito: il ministero degli Esteri tedesco descrive una dichiarazione statunitense-iraniana del giugno 2026 che indicava l’intenzione di fermare i combattimenti, ma i cui termini non sono mai stati divulgati, mentre gli attacchi sono proseguiti (Auswärtiges Amt).

Le richieste rese pubbliche dall’Iran

I media iraniani hanno riferito alcune richieste, senza pubblicarne un elenco. Il 29 settembre un’analisi di Nournews ha precisato che il pacchetto non era stato annunciato ufficialmente (Nournews).

L’analisi indicava quattro richieste discusse dai funzionari: Teheran vuole che la guerra finisca su tutti i fronti, compreso quello libanese, e che gli Stati Uniti revochino il blocco navale dei porti iraniani. Chiede inoltre la rimozione delle restrizioni alle vendite di petrolio e la restituzione dei depositi congelati. Le notizie disponibili non chiariscono se queste quattro richieste rientrino nelle sette condizioni di Ghalibaf: fuori dai negoziati, dunque, nessuno può sapere se domenica sia emerso qualcosa di nuovo.

Il braccio di ferro su chi debba muoversi per primo

L’attuale trattativa è iniziata alle Nazioni Unite, dove il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha proposto un piano di sette giorni mediato dal Qatar (UN). Washington avrebbe dovuto agire per prima, nell’arco di quattro o cinque giorni (Franceinfo); l’Iran avrebbe riaperto lo stretto soltanto dopo, il sesto giorno. Donald Trump ha respinto il piano il 26 settembre, senza indicare quale parte contestasse (The Hill), come avevamo riferito (To Brief).

Intorno al 29 e 30 settembre Araghchi ha ricevuto a Doha, tramite i mediatori qatarini, una risposta americana (Reuters via Internazionale). Secondo un funzionario informato sui colloqui, il principale punto di disaccordo riguarda la sequenza dei passi. Domenica il ministero degli Esteri iraniano ha dichiarato che le proposte statunitensi si concentrano sul programma nucleare di Teheran, mentre l’Iran mette al primo posto Hormuz (Xinhua). Nessuna delle due parti ha pubblicato il testo americano.

Il piano iraniano ha il merito di indicare le azioni e fissarne la sequenza; secondo quanto riferito, è proprio questa sequenza a suscitare obiezioni negli Stati Uniti. Togliere il blocco in anticipo significherebbe rinunciare a una leva concreta: il Comando centrale degli Stati Uniti, responsabile delle forze armate americane in Medio Oriente, ha dichiarato di aver dirottato 115 navi commerciali dirette da o verso porti iraniani entro il 23 settembre (CBS). Anche un cessate il fuoco in Libano dipende da Israele, che nessuna firma americana può vincolare.

Perché una firma non basterebbe a far tornare le navi

La società di tracciamento navale Windward ha contato 17 transiti il 29 settembre, contro una media di circa 135 al giorno prima della guerra (Argus). Il 1º ottobre un altro tanker è stato colpito da un proiettile non identificato (gCaptain).

Sono gli assicuratori a decidere quando le navi potranno tornare. A fine agosto i premi per il rischio di guerra, cioè il costo per assicurare una nave dai danni legati a un conflitto, erano saliti al 3–8% del valore della nave, rispetto a circa lo 0,25% prima della guerra, secondo l’associazione olandese degli assicuratori (Verbond van Verzekeraars). L’associazione ha spiegato che la copertura dipende dalla conferma dello sminamento e da un periodo senza incidenti.

Washington ha cercato di rassicurare il mercato. A Rotterdam, il 1º ottobre, l’ufficiale della Marina statunitense Matthew Kawas ha definito «aperto» lo stretto e invitato gli assicuratori a mantenere le coperture (Schuttevaer). Gli armatori olandesi hanno risposto che un segnale positivo non basta: il passaggio deve essere sicuro e affidabile (Transport Online).

L’Europa sta già pagando le conseguenze. Edison, l’azienda italiana, ha perso 35 carichi di gas naturale liquefatto qatariota (Staffetta Quotidiana). I governi possono rendere più sicure le acque, ma la principale iniziativa europea resta legata a un accordo: il 18 settembre Emmanuel Macron ha dichiarato che la Francia stava preparando una missione di scorta difensiva da avviare solo dopo un’intesa (Élysée). Nessun governo può imporre agli assicuratori di ripristinare le coperture.

Ghalibaf non ha dato agli armatori alcun elemento pubblico per capire quando l’Iran riaprirebbe lo stretto. Un eventuale accordo dovrebbe poi rendere possibili attraversamenti sicuri e assicurati: per gli europei in attesa del gas qatariota, questa seconda prova conta più della prima.

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